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Tutta colpa della foglia grigia. E di quella zona che si nasconde nella cella più profonda dell’animo umano. Nera. Nerissima. Impossibile a bonificare, se non con la morte di chi ne è portatore. Il racconto apre bocca nel Novecento, ma è nella seconda metà del secolo precedente che la vicende mette radici.
Dal Messico a Perugia.
Vengono ritrovati i corpi di due giovani ragazze. Quello che rimane di prolungati riti di morte che prevede corpi tirati all’inverosimile, colpiti, tagliati. Infine svuotati. La firma è quella della Fraternita del Fuoco. Con tanto di cappucci e simbolismi. La benzina che esalta il supplizio è una pianta stupefacente che potenzia l’autostima e l’euforia collettiva. E inebetisce la vittima quasi a farle andare incontro al destino con il riso sulle labbra.
Quando le labbra le rimangono incollate. I sacrifici al nulla si moltiplicano Non pensate alla cocaina, piuttosto a Dio. Sembra horror con ragù di splatter così descritto il romanzo d’esordio di Alessandro Cannevale, procuratore della Repubblica di Perugia. Niente di tutto questo, La foglia grigia è un thriller storico che parla la stessa lingua di un Arturo Pérez Reverte più che quella di un Clive Barker.
Nel ginepraio sempre più infernale girano l’ispettore Verbasco, a cui si affianca Boeris, uomo dei Servizi segreti. Intorno, un nugolo di personaggi, da Giosué Carducci a Camillo Benso conte di Cavour, fino ad arrivare a Henri Cartier-Bresson. Perché di dantesco il girone della terra non sprofondi nel solitario racconto del fatto, ma vivifichi con la poderosa immaginazione di chi lo narra.
Cannevale parte da un caso giudiziario che, come indicato in quarta di copertina, fu uno dei più celebri dell’Ottocento, e palpeggia la storia sociale e politica che gli si muove intorno come si fa col pongo. Disarticola gli avvenimenti, li reinventa per poi attaccarli come una plique narrativa ai suoi personaggi, famosi o immaginari che siano. Con una scrittura rigorosamente governata. C’è suspence e c’è la tensione dell’occhio del lettore sull’horror vacui che sale dalle pagine. E manca, chiuso il libro, la sensazione di semplice bella scrittura che spesso ci pervade quando un autore chiede la testimonianza della Storia per sostenere il suo romanzo.
E di questi tempi non è una qualità secondaria.
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