L’abiezione



Paolo Calabrò
L’abiezione

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“Non c’è niente di meglio degli auguri di Natale, per il sindaco di Puntammare, la cui principale preoccupazione è nascondere il disastro del bilancio contabile del comune sotto una coltre di vischio e di frasi fatte. E non c’è niente di peggio, per rovinare l’idillio e attirare la stampa, della morte di un notabile: Umberto Salzano, ex presidente del partito locale più in vista, avvelenato da una tavoletta di cioccolato che il comune ha distribuito con dei cesti-dono natalizi.
Nico Baselice, vigile urbano – che avrebbe tutt’altri compiti e neanche quelli svolge volentieri – viene chiamato a risolvere il problema: tener fuori il comune da questa storiaccia, in soli quattro giorni. Gli stanno affidando una missione ambiziosa o suicida? Pensano che sia l’unico a potercela fare o c’è qualcuno che spera, per altri scopi, di vederlo fallire platealmente?
Dopo L’intransigenza, una nuova storia del “Dio perverso”, tra gli uffici e le sacrestie di un paesino del litorale casertano, tra la corruzione dei funzionari e il delirio di un sacro che calpesta tutto ciò che incontra sul suo cammino. Sullo sfondo, una storia di dominazione che risale al tempo della guerra e un amore che non sembra mai essere meno che impossibile.” Ci potrebbero essere almeno due diversi piani di lettura per L’abiezione, il nuovo romanzo giallo di Paolo Calabrò, in libreria da qualche settimana (il prato editore, collana Gli antidoti).
Uno è quello diciamo “filosofico” o forse per meglio dire teologico, che spiega (brevemente, giusto dirlo…) molti degli accadimenti della storia con la teoria di un Dio perverso, che è costrizione e rinuncia anziché amore e accoglienza e la cui accettazione comporta spesso conseguenze tragiche e sconvolgenti.
L’altro è quello, più letterale, che non fatica a individuare nelle vicende quello che sicuramente è, di per sé, un bellissimo e avvincente psicogiallo, con tutti gli ingredienti necessari, non escluso quello dei molti morti ammazzati in circostanze più che oscure.
Ma io ne suggerisco ancora un terzo, quello che secondo me è, forse, il più aderente a ciò che Calabrò ha voluto scrivere e significare; una sintesi, intendo, fra i primi due, che permette di cogliere appieno anche tutti i significati profondi dell’opera, senza perdersi, strada facendo, le sfumature psicologiche, le descrizioni d’ambiente, le sottolineature ironiche o amare.
Dopo questa mia premessa, non tema comunque il lettore di annoiarsi; la storia, lo ripeto, è di per sé molto godibile, la suspense sempre viva, i personaggi (parecchi dei quali già conosciuti dagli estimatori di Calabrò) ben delineati e parecchio intriganti e anche il sottobosco umano e sociale in cui si svolgono le vicende è descritto benissimo e presenta la sua buona dose di oscuri e antichi segreti.
La bravura di Calabrò, scrittore-filosofo già ben noto anche per molte altre uscite, non ha certo bisogno di conferme, ma quest’ultimo suo libro ce ne fornisce sicuramente di ulteriori.

Gian Luca Lamborizio

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