Nebbiagialla – Suzzara 2/4 febbraio. Gli ospiti: intervista a Valerio Varesi

1257410169621_0.jpg-Caro Valerio tu sei giornalista (per la Repubblica a Bologna) e scrittore, da anni fai parte  della scuderia Frassinelli- Sperling Kupfer: come  riesci a conciliare il tuo tempo per riuscire a fare due lavori decisamente impegnativi?
Svegliandomi presto al mattino e andando a dormire tardi la sera. Diciamo che tra le 7 e le 24, fatta eccezione per i pasti, non smetto mai di scrivere o per il giornale o per me.

Quale e quanta è  stata la ricerca necessaria per portare in scena i personaggi e i contesti sociali dei tre episodi delle Trilogia?
Per quel che riguarda il primo romanzo, “La Sentenza”, la storia partigiana mi è stata raccontata da un grande storico della Resistenza nelle province di Reggio e Parma il cui nome è Mario Rinaldi. Io ho curato molto la scrittura e ho interpretato la vicenda umana dei due personaggi principali, vale a dire due “poco di buono” che entrano nelle fila partigiane senza motivazioni ideologiche. Molto più impegnativa è stata l’opera di documentazione riguardante “Il Rivoluzionario”, secondo romanzo della “Trilogia”. In questo caso ho potuto attingere a un grande archivio dell’amico bolognese Antonio Ferri per tracciare la storia di 35 anni (’45-’80) con epicentro Bologna, ma con espansioni narrative a Mosca e in Mozambico seguendo le vicende di una coppia di comunisti petroniani la cui vicenda si intreccia con la politica nazionale. Il terzo volume, “Lo stato di ebbrezza”, è forse il romanzo che ha avuto meno bisogno di ricerche in quanto il periodo dall’80 al 2011 l’ho vissuto direttamente. Qui lo sforzo non è stato documentale, ma di stile. Dal punto di vista formale, la lingua e la tensione narrativa usata, è stata una prova davvero ardua per me, ma molto stimolante.

51WMxHjsXuLTu affronti la Storia d’Italia nella trilogia. Con il primo romanzo La sentenza affronti un momento italiano molto controverso, ma fervente di sogni e di idee che spesso vide ingiustamente tutti contro tutti. Con Il rivoluzionario ci racconti secondo le tue parole: « … dei grandi progetti politici in competizioni, tra “azionisti” (quelli del partito d’azione), comunisti, cattolici e socialisti riformisti”… Storia vista con gli occhi di due comunisti bolognesi fino alla  spaventosa strage della stazione del 1980. Con l’ultimo, Lo stato di ebbrezza, realistica  metafora italiana dell’era berlusconiana, hai affrontato e discusso con larghezza di vedute  tesi  che parevano inalienabili. Hai quasi cavallerescamente indossato i panni di Donchisciotte per denunciare e scandagliare una serie di temi ingrati senza darli per scontati.  Decisamente  un genere che ti è molto congeniale.  Ma tu, alla fin, fine ti preferisci come papà di Soneri o come scrittore d’inchiesta?
Non sono uno scrittore d’inchiesta, categoria che è più congeniale al giornalista che allo scrittore. Io ho la pretesa di essere un narratore che prende spunto dalla storia d’Italia e la racconta sotto forma di romanzo. Tra questo tipo di narrativa e il romanzo a indagine ci sono molte convergenze perché anche quando ho come protagonista Soneri, il mio intento è sempre quello di raccontare la società che ci circonda. Credo che il noir oggi abbia lo scopo di scandagliare il presente, ma se vogliamo capire perché siamo sprofondati in questa crisi culturale, allora doppiamo risalire a monte della nostra storia con una metodologia che è quella del mio commissario di fronte a un delitto, vale a dire risalire a ritroso scandagliando il passato. Di fronte a un cadavere si cerca di capire cos’è successo prima, chi l’ha ucciso e perché. Così di fronte al cadavere della nostra Repubblica, per capire bisogna partire dalla sua origine (la Resistenza), dal suo sviluppo (il primo dopoguerra), per giungere alla sua dissoluzione (gli anni ’80, tangentopoli e Berlusconi).

Nel tuo ultimo Soneri, attraverso i suoi occhi sembrava quasi che tu assistessi,  disorientato e impotente allo sfacelo morale e politico più che di una città a quello di una nazione. Quali sono oggi i tuoi sentimenti di fronte all’attualità italiana?
Smarrimento e rabbia. Credo che, in particolare in Italia, lo sfacelo di un progetto culturale sia evidente con l’avvicinarsi di spettri che pensavamo fossero esorcizzati per sempre. Il mondo si è involuto verso la stupidità e l’ignoranza prodromi di una svolta autoritaria. La campagna elettorale attuale è l’esempio: un coro di imbonitori da fiera paesana che parla a una folla ignava, sghignazzante, cialtrona e priva di qualsiasi afflato unitario. Poi c’è una minoranza perbene e culturalmente evoluta che convive coi barbari soffrendo.

51sMFIYx9RLCosa vorresti fare o suggerire di fare per tentare di raddrizzare la barca?
Quella che stiamo attraversando non è una crisi economica, è una crisi culturale che ha generato il tracollo dell’economia lasciata senza controllo. Possiamo mettere a posto i conti e ricominciare a commerciare come sta avvenendo, ma senza un progetto collettivo la crisi si ripresenterà e questa volta anche con un volto politico. L’autoritarismo ha sempre generato oscurantismo culturale e questo clima è il suo habitat. Dunque, o siamo capaci di elaborare un progetto collettivo che restituisca un orizzonte di speranza o cadremo dentro anni bui.

Il mondo è in continuo evolversi e volenti o nolenti noi facciamo parte di questo mondo. Credi che sia possibile con gli scritti e le idee influire ancora in qualche modo nelle prossime generazioni?
Ne sono profondamente convinto. Ma finché la cultura sarà disprezzata come lo è oggi, finché ci sarà chi proclama che con essa non si mangia, la più grande bestialità mai profferita, non riusciremo a toglierci dalle secche.

Levami una curiosità. Quale tra i tuoi romanzi se non tu l’avessi già scritto vorresti cominciare subito a scrivere? E lo riscriveresti nello stesso modo?
Sicuramente “Lo stato di ebbrezza”. Credo che sia il risultato formale più alto da me raggiunto. Non cambierei niente.

E ora domanda scontata, ma necessaria. Quali sono i tuoi futuri progetti di vita e di scrittura?
Sto scrivendo un Soneri che prende spunto da una storia vera accaduta tra Bologna e Ferrara, quella del bandito Igor. Il tema è quello della paura, di come influenza una società e di come modifica i rapporti interpersonali. Poi ho in programma un altro libro che invece affronta il tema della virtualità, del nostro rapportarci sempre più attraverso strumenti il che ci rende individui monadici in contatto col mondo intero ma alla disperata ricerca di farsi riconoscere, di lasciare un segno nella totalità indifferente del contesto sociale globale.

Milanonera ringrazia Valerio Varesi

download (1)L’appuntamento con Valerio Varesi
è a Suzzara (Mn) al Festival Nebbiagialla

2/4 febbraio.
Tutte le info al link Nebbiagialla 

 

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