Walter Veltroni – Assassinio a Villa Borghese



Walter Veltroni
Walter Veltroni
Marsilio
Compralo su Compralo su Amazon

Un divertissement, una variazione sul tema. Così potremmo definire l’ultimo libro, un giallo, di Walter Veltroni dal titolo “Assassinio a Villa Borghese” (Marsilio), che Michela Murgia (esagerata e poco elegante) ha letteralmente stroncato nel suo spazio radiofonico su Radio Capital, anche se le sue parole sono diventate ormai virali. Bisogna aggiungere però che Walter Veltroni è stato per anni un esponente politico di primo piano e ogni volta che leggi un suo libro o una delle sue lunghe interviste sul Corriere o sulla Gazzetta, non puoi fare a meno di ricordare le esperienze di sindaco di Roma, ministro della Repubblica e Segretario del Partito Democratico. Una figura ingombrante in campo giornalistico, proprio per il ruolo che ha avuto in tanti anni e più che in un giallo all’italiana, lo si vedrebbe alle prese con un saggio sul nostro futuro, su questa Italia oggi davvero problematica.
Veltroni ha però nelle corde una nostalgia quasi antica, gli anni Sessanta, le canzoni della nostra vita, il mito di Kennedy, le amicizie coi più grandi registi italiani; Villa Borghese è allora il pretesto per tornare, attraverso il proprio romanzo, in un luogo molto amato gonfio di sacralità, infatti Veltroni dà risalto proprio ai luoghi che gli sono più cari: il Globe Theatre, la Galleria Borghese, la Galleria d’Arte Moderna, Villa Giulia, il Parco dei Daini, il Giardino del Lago, l’hotel Villa Borghese, ora in totale abbandono, che per tanti anni è stata la casa di Alberto Moravia. Mette una stazione di Polizia piuttosto scalcinata proprio in questa zona ricca di suggestioni e di storia, con un commissario, Giovanni Buonvino, poco incline alle indagini e all’azione in quanto è reduce da un infortunio professionale e da molti anni alle prese con pratiche e scartoffie. Ironia della sorte, Buonvino si ritrova a fianco di un gruppo di collaboratori che sembrano uscire da un film commedia: patetici, depressi e spesso incapaci. La doppia valenza del romanzo sta proprio nell’intrecciare commedia e horror, con una serie di delitti davvero efferati in una sorta di location cinematografica, in cui, questi poliziotti, un po’ sfigati e spesso inefficienti, troveranno il modo di riscattarsi.
Il libro non ha spessore letterario, è bene sottolinearlo, la storia ha però un valore intrinseco, quello di riportarci alla cultura di una generazione cui, chi scrive si sente di appartenere essendo coetaneo dello scrittore ed avendolo seguito la sua storia politica dalla metà degli anni Settanta, quando venne eletto a soli vent’anni consigliere comunale a Roma, fino ad oggi. Quindi i dialoghi che riportano alle citazioni a uno dei più bei film di Ettore Scola, “C’eravamo tanto amati”, il piccolo ristorante in cui si avverte la differenza tra un giovane fotografo che non sarà mai il Paparazzo della “Dolce vita” e il commissario che non ha dimenticato il calcio di ieri, i luoghi della memoria, gli spyderini, i palloni Super Santos, sembrano avvalorare l’ipotesi che l’Italia si porta dietro un passato decisamente migliore del suo presente. Villa Borghese è luogo dell’anima dello stesso Veltroni, che nel racconto trova il marchingegno per non farci scoprire fino all’ultimo chi sarà il colpevole.
Però, con tutto l’affetto e il rispetto per questo uomo di cultura e pubblico amministratore, ci auguriamo che il prossimo libro non sia un thriller, bensì un progetto narrativo che aiuti a capire il nostro presente per un futuro migliore di quello che stiamo vivendo.

Mauro Molinaroli

Potrebbero interessarti anche...