Bruciati vivi – Daniela Stallo



Daniela Stallo
Bruciati vivi
Arkadia Editore
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Non mi capita spesso di leggere il finale di un libro e dover tornare indietro per capire se per caso mi fosse sfuggito qualcosa. Personalmente l’ultima volta mi era successo con “La linea madre” di Daniel Saldana Parìs e quando mi succede è perché quel finale proprio non me lo aspettavo e Daniela Stallo è riuscita senz’altro a sorprendermi.

Bruciati vivi è la storia di Luisa, un’insegnate pendolare di Diritto alle scuole superiori e il romanzo non è nient’altro che il diario giornaliero del suo anno scolastico. Dalle prime battute si intuisce una quotidianità logora, fatta da un marito e da un figlio quasi anaffettivi, scandita da giorni tutti uguali e senza stimoli in cui l’unico elemento di novità potrebbe essere la scoperta dell’assassino delle serie tv che quasi sempre Luisa e Thomas, il marito, la sera guardano sul divano. In realtà anche questa piccola novità non riesce mai a concretizzarsi, visto che i due vengono sempre vinti dal sonno. 

Le aspettative per un lavoro tanto voluto, ma che l’hanno irrimediabilmente logorata, sono state disattese dalla routine e da un sistema scuola che ingabbia i desideri, i sogni e le aspirazioni di chiunque. Luisa è alla perenne ricerca di un equilibrio che la porti a vivere in maniera piena sia la sua vita privata che quella professionale, ritiene il suo lavoro insoddisfacente e mal pagato , nella speranza di cambiare quello stato di cose, si convince che eliminare le persone che la fanno stare peggio sia la soluzione e per questo paga anche un sicario. 

Il ritmo del romanzo porta tra le righe il lettore a comprendere il disagio di Luisa nell’affrontare la vita. Una vita sospesa tra l’essere una volta vittima e l’altra carnefice pur tuttavia riuscendo, sia nell’uno che nell’altro caso, anche per le scelte peggiori della nostra protagonista, a far pendere il giudizio benevolo sempre dalla sua parte. Il tema è quanto mai attuale ed è quello del Burnout, descritto in maniera magistrale nell’unica forma, quella diaristica, che a mio avviso ne poteva far comprendere compiutamente le dinamiche, ovvero un malessere pieno e ineluttabile, quotidiano. Ma come tutti i malesseri liquidi, non dovuti a nessun trauma di carattere fisico, sono spesso osteggiati, ignorati e mai a fondo compresi da chi invece si dovrebbe preoccupare di tendere una mano per tirarci in salvo.

È la ricerca spasmodica della felicità che porta Luisa a fare scelte non solo sbagliate ma spesso scellerate, a non farsi scrupolo di macchiarsi la coscienza, perché prima di ogni altra cosa, il suo obiettivo è quello di essere felice. Come se la felicità fosse più che un diritto, un’aspirazione, un dovere da compiere a qualsiasi costo. Ed è proprio da queste scelte che viene fuori il ritratto di una donna che non può avere pace, di una donna che, suo malgrado, non riesce ad apprezzare nulla di ciò che la circonda. 

“Bruciati vivi” mi è stato presentato come un noir atipico, avendolo letto mi rendo conto che non è solo questo e c’è molto di più di quello che ti aspetti. C’è la ricerca spasmodica della felicità e nello stesso tempo l’infelicità più compiuta, c’è tutto quello che avrebbe dovuto essere assieme a quello che non c’è. Ci sono il dolore, la rabbia e la frustrazione causati da mille sogni infranti. C’è il vero grande malessere di questa società a cui gradualmente, ma inesorabilmente tutti ci stiamo abituando. 

Kafka, nella lettera ad Oskar Pollak dice che: “ciò di cui abbiamo bisogno sono quei libri che ci piombano addosso come la sfortuna…un libro deve essere un’ascia per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi” e Bruciati vivi di Daniela Stallo lo è.

Salvo di Caro

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