Fine di una dinastia. La saga dei Borgia – Alex Connor



Alex Connor
Fine di una dinastia. La saga dei Borgia
Newton Compton
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Fine di una dinastia, terzo e conclusivo capitolo della saga dei Borgia, parte subito dopo il brutale assassinio notturno del figlio di Alessandro VI, Juan Borgia, da lui sempre privilegiato, addirittura nominato Gonfaloniere della Chiesa a capo dell’esercito pontificio e votato a grandi orizzonti, nonostante la sua manifesta  incapacità. Il papa, distrutto dalla terribile perdita e in preda alla disperazione, si chiuderà per giorni nelle sue stanze. Ne uscirà come un uomo diverso: insicuro,  astioso, sospettoso e livoroso.
Tutta Roma cerca l’assassino o gli assassini, mille sospetti ottenebrano la sua mente, ma se non si vuole lasciare agio ai numerosissimi nemici della odiata famiglia  pontificale spagnola di farsi largo, o peggio adire a una rivolta approfittando dell’attuale debolezza dei Borgia, bisogna agire con pugno di ferro e prendere subito  in mano la  situazione.
E’ scoccata l’ora di Cesare Borgia, il bello forte e ombroso  primogenito di Rodrigo Borgia e Vannozza Cattaneo,  cresciuto ed educato a essere un guerriero, ma poi destinato per ragion di stato  dal padre papa a farsi cardinale e diplomatico. Lui per anni costretto a reprimere  la sua forza, l’astuzia, l’intelligenza e la volontà di battersi dentro una mai desiderata e aborrita  tonaca scarlatta.  Ora si sente solo, pieno di rabbia e voglia di farsi valere, pronto a imporsi con la violenza e  il terrore a Roma, per ristabilire la calma  tra i riottosi alleati, forse già  pronti a tradire, e  mettersi alla testa dell’esercito pontificio per combattere e conquistare un grande regno e meglio l’Italia tutta per la gloria del papa, della Chiesa, ma e soprattutto per se stesso. Buttato alle ortiche il suo rango di cardinale come un serpente muta la sua pelle, in un lampo si trasformerà in Cesare Borgia, nel conquistatore, nel principe,  in quell’ indomabile condottiero che aveva sempre voluto rappresentare.
L’ultimo drammatico atto sta per cominciare.
Con l’inattesa morte di Carlo VIII, (per uno stupido incidente) al  quale sul trono di Francia è succeduto il secondo cugino  Luigi XII, che mira  alla gloria e sogna di scendere in Italia per conquistare Milano -sulla  quale sa di poter vantare diritti come discendente diretto di Valentina Visconti – per poi arrivare fino a impadronirsi di Napoli. Ma la salita al trono di Luigi XII, che desidera l’annullamento del suo matrimonio con la cugina, figlia di Luigi XI, storpia e incapace di avere figli,  giova alla causa del pontificato e soprattutto  a quella di  Cesare Borgia.
Orchestrando un repentino cambio di accordi –  accompagnati da molto onerosi vantaggi economici tutti a carico del re francese,  quali una ricchissima prebenda in oro, un ducato d’Oltralpe, una moglie, la principessa Luisa sorella del re di Navarra  per Cesare Borgia e la promessa di una concreta alleanza militare – , il papa  libererà Luigi XII, il nuovo giovane e aitante sovrano francese, dai precedenti vincoli matrimoniali.
Tutti gli equilibri politici della penisola stanno per cambiare mentre assistiamo alla grande e almeno pare quasi incontrollabile trasfigurazione e ascesa di Cesare Borgia e la sua inarrestabile evoluzione nel crudele e  temibile condottiero narrato dai posteri. Infatti, indossata la  pesante armatura di comandante, accompagnata dalla carica di Gonfaloniere della Chiesa,  il vero io di Cesare esplode, lasciando spazio soltanto alla sua sconfinata e pericolosa ambizione.
Se nel primo capitolo della saga l’avevamo accompagnato nell’adolescenza e  prima giovinezza, e nel secondo avevamo assistito  alle sue sregolatezze e difficoltà di adattamento al  ruolo impostogli, ora non ha più freni e controlli. Ormai è totalmente libero  di esibire il peggio di se stesso. Quel se stesso che finirà con provocare gravissime incomprensioni, scontri e infine una quasi insanabile frattura  con Lucrezia sua sorella, e  un cedevole e timoroso sbigottimento di Rodrigo nei suoi confronti.
Un perverso ritratto che ci restituisce un Cesare  violento, un ambizioso senza limiti, prepotente, deciso a tutto,  temerario al limite della follia. Quasi un essere demoniaco senza alcun freno e scevro di ogni e qualunque  pietà. Solo un orrendo e crudele barbaro assetato di gloria e  sangue.
La sua nuova  natura che, partita dalla  torture su suo ordine  nelle segrete di Castel Sant’Angelo, passata  immune dalla mollezza del lusso  vaticano, fino a raggiungere la morte e la distruzione nei più cruenti scontri nei campi di battaglia e a superare con efferatezza pericolose congiure, lo spingerà a imboccare la sua lunga e fatale calata verso gli inferi.
Alex Connor prova a estrarre un minimo di umanità dalle distruttive macerie di  Cesare nel narrare il suo rapporto da sindrome di Stoccolma con Taddea di Becco (personaggio solo di fantasia) che ci presenta  come cugina del grande Pinturicchio, l’incomparabile pintor, l’ artista dell’appartamento Borgia in Vaticano e nel rapporto molto sofferto e contrastato con Lucrezia, imprigionata nel suo breve sofferto matrimonio con il bel principe aragonese.  Interpreta Alessandro VI  più in veste di padre che di pontefice, descrive la forse comprensibile debolezza di Jofrè, il figlio minore e la lunga e  infinita devozione del carnefice Michele Corella. Un deux ex  machina o una vittima del contesto epocale?
La Connor non si risparmia facendo salire in scena i tanti grandi protagonisti e comprimari di quell’epoca quali il volpino, brillante e scaltro uomo politico fiorentino  Niccolò Macchiavelli, il cardinale Giuliano della Rovere, futuro Giulio II e la grande, battagliera e indimenticabile Caterina Sforza, signora di Forlì. Sconfitta ma non doma. E tanti altri a far da ala al suo torbido e inquieto eroe.
E come sempre, impossibile dubitare,  ben ricostruiti e calibrati gli scenari, le ambientazioni, puntuali i dialoghi e centrati e quasi palpabili i personaggi nel bene e nel male, per una storia che intriga e coinvolge il lettore  fino all’ultima pagina.

Patrizia Debicke

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