le Donne Noir di Gioacchino Criaco

Finora la discussione sui problemi di genere nel noir è stata incentrata sulla visione delle scrittrici. Da oggi ci introduciamo dall’altro lato della barricata e lo facciamo con un autore calabrese. Gioacchino Criaco i suoi romanzi sono del tutto orientati al racconto del male, ma in modo autentico. Non c’è efferatezza e non c’è sensazionalismo, proprio per questo quando si finisce un suo romanzo si resta profondamente sconcertati e inquieti. Si ha la sensazione che quelle azioni malvage potremmo commetterle o potrebbe farlo qualcuno intorno a noi.
Il confine tra giusto e sbagliato sbiadisce, si attenua a tal punto che finiamo per vivere la storia dalla parte di colui che tradizionalmente definiremmo il cattivo. E in questo mondo di anime perse le donne hanno, in modo incredibile ed inatteso, un ruolo predominante.
Come è possibile?
Secondo me nei miei romanzi c’è un maggiore protagonismo delle donne per due motivi: la mia provenienza geografica e culturale. La leggenda vuole che Locri sia stata fondata dalle donne. Il più grande studioso del matriarcato mondiale, lo storico e antropologo svizzero Johann Jakob Bachofen, riporta il caso locrese come uno degli esempi più calzanti e significativi di società retta da donne e ribadisce la leggenda della fondazione. Stando alle narrazioni un gruppo di greche stanche della lontananza degli uomini, sempre impegnati in guerra, decisero di votarsi ad una prospettiva di pace e di vita, scapparono dalla Grecia e fondarono Locri. Era una società da sogno, fondata sul pacifismo assoluto. Io provengo da quel tipo di contesto e così i miei personaggi.

DSC5427-e1423666086374Le tue donne sono agli antipodi, ma sono loro a reggere le redini. In Zefira (Rubbettino) c’è Caterina Orsini che è la rappresentazione del male, mentre nel Saltozoppo (Feltrinelli) la figura di Agnese cerca di ostacolare le trame di una guerra secolare.
Ci sono scrittori che danno un maggior ruolo alle figure femminili, ma è anche vero che spesso cadono in quella retorica che vuole dare per forza un’immagine positiva della donna. Nella realtà così non è. Io porto in scena due donne comuni Caterina, fonte continua di trame del male, e Agnese che invece tenta in ogni modo di interrompere queste trame. Entrambe hanno il bene e il male in loro, così come ce l’hanno gli uomini. Nessuna costruzione artefatta, è la realtà dell’essere umano.

Quanto è stato complicato costruire queste donne?
È stato difficile perché per quanta sensibilità un uomo possa avere non è una donna. A venirmi in aiuto c’è questa magia dei personaggi che prendono vita. Può sembrare strana ma avviene. I personaggi una volta creati si prendono la loro storia e sono animati dal loro modo di essere, ti impongono la loro personalità oltre che la fisicità.  Sono persone che vivono e sono autentiche.

 Si percepisce anche dalla tua parte della barricata il problema di genere nel mondo del noir?
In Italia ci sono tante donne che fanno letteratura ma poche che si impegnano in questo genere che tradizionalmente è sempre stato maschile. All’estero soprattutto in Francia e nei paesi scandinavi si è già usciti da questa situazione. In Italia invece non c’è una moltitudine di donne che si occupa di gialli e noir.

Diciamo che sono meno note, ma c’è un sub strato di scrittrici di genere. E da un punto di vista dei personaggi?
Molti scrittori sono ancora legati alla figura dell’investigatore, ai navigatori di trame con sembianze maschili. Questo dipende da alcuni fattori culturali che stanno alla base della scrittura. Per me che provengo da una società nata femmina, in cui tutto gira intorno alle donne è diverso.

Come?
Da noi ogni cosa ha una declinazione femminile: Aspromonte è una montagna ed è femmina; i fiumi per noi sono le fiumare e sono femmine. Si tratta di un fatto naturale, non c’è uno sforzo nel riconoscere alla donna questo ruolo. Sono nato in una cultura femminile che è sempre stata così e che continua ad essere tale. Sono le donne che prendono le decisioni importanti, anche se magari può non sembrare.

download (1)È il caso della Caterina di Zefira? Forse lei è uno dei tuoi personaggi più inquietanti. Lei rappresenta un carattere noir vero e proprio, uno di quelli che è complicato trovare nella letteratura italiana. Caterina smonta tutte le rassicuranti figure di donne a cui siamo abituati.
Per trovare personaggi come il suo in genere bisogna guardare alla letteratura fantasy, soprattutto quella anglosassone. In quei contesti trovi spesso il personaggio femminile inquietante, con dei connotati chiaramente femminili ma di pura fantasia. La stessa cosa accade anche al cinema. Difficilmente trovi nella trama di un romanzo una donna che inquieta, se non marginalmente. Trovare una donna che sia alla base della macchinazione di un male come succede in Zefira. Caterina è tutto questo. È lo splendore estetico della bellezza, ma è anche la personificazione del male. Anche in questo c’è una ragione culturale: il culto più importante che c’era nella Calabria arcaica era quello della Persefone, la custode dell’Inferno. Sono le origini a condurre il gioco.

C’è una resistenza nel rappresentare le donne come Caterina?
Diciamo che nell’ultimo novecento si è quasi rifiutato di vedere come possibile e realizzabile una figura di donna così preponderante. In tempi antichi invece spesso c’erano regine che determinavano tutti gli eventi ordendo trame. Nei tempi moderni si rifugge e si esorcizza questo tipo di figura. C’è una certa paura di raccontare una donna del genere. Io non ho avuto timore di raccontare Caterina nella sua essenza e non ho avuto paura di farlo in un tempo moderno, nell’attualità e non all’alba del mondo. Per me lei custodiva il male e lo esercitava seppur nelle sue sembianze bellissime di donna. Agnese nel Saltozoppo è il suo contrario.

29512490_1840404505990498_6886574326178862453_nE nel romanzo appena pubblicato La maligredi (Feltrinelli ed)…
Le donne saranno ancora protagoniste grazie alle gelsominaie, figure mitiche della Calabria che si andava affacciando alla modernità. Come in ogni frangente negativo della storia del popolo calabrese a mettersi in prima linea quando serve lottare sono state le madri che odoravano di gelsomino insieme ai ragazzi. Ad Africo e nel romanzo gli eroi sono le mamme

La questione di genere è quindi culturale per te?
L’Italia non è figlia di una cultura uniforme. Ci sono delle culture regionali che possono sembrare più moderne di altre, ma a volte la parificazione tra uomo e donna è solo di facciata. Lo vediamo nella vita quotidiana, nella politica nel mondo culturale.

Qual è il personaggio femminile che ti affascina di più?
È Elena di Troia, è sempre stato un mio chiodo fisso. Lei è il soggetto che l’uomo ha posto a giustificazione di una tragedia immane. Mi piacerebbe scrivere qualcosa su Elena e scoprire quali erano i suoi sentimenti, perché ha lasciato il proprio uomo, se lo ha fatto veramente, se per amore o altro.

È vero che le scrittrici fanno ancora fatica ad essere accettate nei circoli più esclusivi degli autori di noir?
Personalmente non ho questo tipo di inclinazione, però girando sia in Italia che all’estero posso dire che la presenza femminile è ancora scarsa. Anche nei discorsi che si fanno tra gli scrittori c’è un po’ di chiusura.

MilanoNera ringrazia Gioacchino Criaco per la disponibilità

Eleonora Aragona

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