Parti in fretta e non tornare



fred vargas
Parti in fretta e non tornare
einaudi
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Joss Le Guern per guadagnarsi di che vivere ha reinventato il mestiere di banditore: grazie a una cassetta di legno riceve biglietti, messaggi e annunci che legge presso l’incrocio Edgar Quinet dove una folla composita fa da pubblico a questo gazzettino di quartiere. Tutto procede come di consueto, finchè non fanno la loro comparsa strani messaggi che sembrano tratti da libri medioevali e il cui significato è oscuro.
Contemporaneamente viene denunciato un atto di vandalismo: in uno stabile sono state segnate con la vernice nera tutte le porte tranne una con dei simboli strani.
Quando infine arriva il primo cadavere, il commissario Adamsberg non potrà fare a meno di cercare di trovare la soluzione, naturalmente con i suoi tempi e con i suoi metodi, gli stessi che fanno impazzire da sempre il suo vice Danglard. Adamsberg si trova anche a dover risolvere alcuni problemi personali e in questa occasione il suo vice riuscirà a fornirgli la “pista” giusta per non smarrirsi.
La vicenda si complica e il panico rischia di propagarsi all’intera città quando diventa di dominio pubblico che l’omicida si serve di pulci portatrici della peste nera, anche se poi le vittime vengono strangolate.
E’ a questo punto che fa la sua comparsa Marc Vandoosler, il San Matteo dei tre evangelisti: dapprima vagamente indiziato, in quanto medievalista è il più qualificato per dare ragguagli sulla peste e la sua storia in Francia. Il ruolo che riveste Marc � marginale, eppure il carattere e la fisionomia dell’evangelista che più di ogni altro ha la “stoffa” del protagonista vengono resi vividamente.
Su tutto quindi aleggia il passato: il passato lontano della peste francese del 1920 e il passato recente con una violenza inaudita che fa vacillare la mente di più persone e che mette in moto tutto il piano di vendetta.
E’ un giallo un po’ inusuale per Fred Vargas, dove l’abituale semplicità della scrittrice viene meno e dove la soluzione del caso passa attraverso agnizioni di paternità negate, di figli non riconosciuti, di eredità che fanno gola a tanti che il lettore non può conoscere se non dalle parole del commissario, una volta che si trova costretto ad arrestare chi ha messo in piedi un abile doppio gioco.
Decisamente uno dei gialli più belli e tristi dell’opera dell’autrice francese, che fin dall’inizio cattura l’attenzione del lettore in modo così totale che davvero non è possibile smettere di leggerlo. Si tratta di uno di quei casi in cui la lettura trascina nel gorgo della curiosità legata a personaggi che iniziamo a conoscere, con i quali iniziamo a immedesimarci finchè, al momento dell’ultima pagina, ci lascia addosso un velo di tristezza.

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