Il tiro mancino della mente

Le associazione mentali sono il paradigma degli scherzi della mente. Fino a tre giorni fa se mi avessero fatto il nome di Federico Zampaglione, voce e spirito dei Tiromancino, sarebbe partito nella mia testa il refrain “dei due destini che si uniscono”. Quelli “stretti in un istante solo”.
Così, se ad intuizione fosse seguita la domanda sul titolo di una pellicola associata a Zampaglione, le scatole cinesi della memoria avrebbero fatto un triplo salto carpiato, indietro di dieci anni, fino a quella terrazza romana vociante di fate ignoranti. E, invece, già da allora si potevano presagire i germi di quello che si sarebbe trasformato in immagini un decennio dopo.

“Stammi più vicino, ora che ho paura” e il terrore è il connotato dei novanta minuti dello spaghetti horror di Federico Zampaglione.
Si parte da quelle reali. Dei titoli di testa del tg delle otto di sera. Una guerra irragionevole, una lettera scritta ad una madre dalla trincea. Poi i piani spostano confondendosi e arrivando a concentrarsi sulle paure ancestrali. Come quella di perdere l’orientamento all’interno di un bosco. Punto di partenza e pietra miliare di un viaggio al cardiopalma nei ricettacoli oscuro del mostro sito in ognuno di noi.

Zampaglione non cede alle facile lusinghe di bissare il successo della sua prima opera con un’altra fotocopia, ma si addentra in un terreno difficile, sterile, anticommerciale nel panorama nazionale.. Shadow e’ opera interessante a livello visivo, citazionista nei confronti di due maestri passati, Mario Bava e Dario Argento, che ricorre perfino nella creazione di una colonna sonora echeggiante Suspiria o dalla composizione di quadri da gotico pop art alla Inferno.

Qualche indizio che farà percepire il finale del racconto è sparso e ricorda le briciole della fiaba di Hansel e Gretel o il filo del labirinto di Minosse. Il minotauro della paura è in agguato e parla col linguaggio dei sogni, sublimando le amenità di una prima visione e acquistando quindi l’aspetto di un quadro intuibile solo nel disegno finale.

Anche perché, a volte, la realtà, come recita il claim sulla locandina, “può essere più malata degli incubi”.
Shadow è un horror introspettivo, una favola sadica per incubi garantiti. Anche l’aguzzino, che poi così cattivo non è, pur infliggendo torture che rievocano campi in cui “il lavoro rende liberi”, arriva a farlo in segno di una suprema catarsi. Con la conseguenza che le insidie ai danni del protagonista si trasformano in un contrappasso dantesco che comporta lo spalancare gli occhi al reale, il non voltare la testa davanti agli stessi orrori di chi non è ce l’ha fatta ad arrestare una guerra.

Il finale, sui titoli di coda, è uno schiaffo allo spettatore che sovverte quanto visto fino a quel momento, e solo quello schiaffo meriterebbe una fila al botteghino.
Shadow, è un film visionario, l’ombra della paura prodotta e distribuita da Massimo Ferrero, Presidente della compagnia aerea Livingston.

Al cinema dal 14 maggio

bea buozzi

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