Tullio Avoledo – Nero come la notte



Tullio Avoledo
Tullio Avoledo
Marsilio
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Sergio Stokar è un ex poliziotto. Nato a Manchester, rientrato in Italia coi genitori da adolescente, è cresciuto in una cittadina del Friuli. Dopo essersi fatto strada nella polizia, viene chiamato a rivestire il ruolo di caposcorta della Presidente del Senato.
E’ un uomo di destra, simpatizzante nazista. L’abuso di alcol e droga lo hanno portato ad abbruttirsi, fisicamente e moralmente, perdendo il lavoro, la moglie Carla, il rispetto dei colleghi.
Si risveglia un giorno alle Zattere, un complesso residenziale in disuso ai margini della città, ove si rifugiano i reietti, quegli stranieri che Sergio ha sempre odiato.
E’ un mondo parallelo, un luogo quasi metafisico perso nel nulla della periferia postindustriale di un Nordest in recessione economica, retto da un’oligarchia di gruppi etnici, facenti capo a personaggi ben precisi, invisibili alla società o mascherati per sembrare tali quando dismettono i panni ufficiali di extracomunitari integrati nel tessuto cittadino.
Alle Zattere Sergio viene curato, nel fisico così come nella mente: ha riportato un grave trauma che si riverbera sulla sua memoria a medio termine. Ricorda alcuni fatti, ha dei flashback ma non gli è chiaro chi e perché lo abbia ridotto in fin di vita. Alle Zattere diventa parte di una comunità di emarginati, uniti dalla povertà, dalla disperazione e dall’assenza di prospettive per il futuro: eppure questa comunità lo accetta e lo assimila, regalandogli un senso di appartenenza con cui lo Stokar “uomo dell’ultradestra” – dichiaratamente xenofobo – si trova a dover fare i conti. Gli viene affidato il ruolo di “sceriffo”, responsabile della sicurezza del variegato melting pot che lo abita. In questa sua veste viene incaricato di indagare sulla morte di alcune ragazze straniere, di etnie diverse, fatte sparire dal compound nell’arco di poche settimane e ritrovate barbaramente uccise ad esito di pratiche cruente attribuibili ad un misterioso culto esoterico.
L’ambientazione – storica e geografica – è pregevolissima nella sua originalità, ed è frutto di un’interpolazione della realtà da grande penna. Siamo in un Nordest distopico ed allucinato, che sembra uscito da un film di Wim Wenders. Una cittadina di origini contadine che, dopo avere vissuto un boom economico e produttivo grazie all’insediamento di alcune primarie realtà aziendali, si è vista depauperare delle proprie speranze. La crisi ha portato alla chiusura e delocalizzazione dei grandi gruppi prima e, a seguire, dell’industria che costituisce l’indotto. Quello che era un territorio di integrazione razziale, un luogo che attirava masse per far fronte all’esigenza di manodopera, ora vive una recessione senza fine ed i primi a soccombere sono proprio gli immigrati, respinti ai margini della società perché divenuti superflui, nulla più di un costo sociale. La destra politica avanza in Parlamento così come nelle amministrazioni locali, assumendo la maggioranza a forza di slogan elettorali populisti: messa alla prova dei fatti, non sa però fornire alcuna concreta soluzione, limitandosi ad operazioni plateali puramente propagandistiche, sgomberi, retate, presidi ai luoghi di spaccio e microcriminalità.
Insomma, quella preconizzata da Avoledo è un’Italia non molto diversa da quella di cui leggiamo sui giornali. O da quella che potrebbe diventare: è un’Italia ancora dietro l’angolo, in cui le garanzie costituzionali ed i diritti civili sono parzialmente sospesi. Uno Stato di Polizia che si sostituisce allo Stato di Diritto.
Tutta la narrazione si dispiega attorno ad un gruppo di personaggi non convenzionali – che vedrei bene interagire in un film dei Manetti Bros. – dotati di una lucida follia che li rende talvolta contemporanei, talaltra postmoderni. L’albanese Lirosh Roshi, capo della malavita locale a tutti i livelli, dai più sordidi mercimoni ai più sofisticati business; il nobile decaduto Rabo Mishkin, esule russo filozarista che custodisce la memoria storica della città nei suoi grandiosi archivi privati; il dottor Chatterjee, anglo-indiano luminare della psicologia, medico della buona borghesia cittadina e benefattore all’interno delle Zattere; Lorenzo Vidal, spregiudicato giornalista di cronaca cittadina, spavaldamente di sinistra anche a rischio del posto di lavoro; la professoressa Rondolini, pensionata ed ex insegnante di Sergio Stokar al liceo, che – affetta dalla sindrome di Tourette – si esprime a suon di battute oscene in italiano e in greco antico.
Il linguaggio è duro come i temi che affronta, non fa sconti, non addolcisce con una patina sentimentale la crudezza degli argomenti trattati. L’atteggiamento beffardo di Stokar, quella nonchalance da Ispettore Marlowe con cui reagisce alle situazioni impreviste in cui si imbatte è sempre venata di tristezza, disincanto e umana pietà per se stesso.
Nero come la notte è un romanzo sulle due facce della provincia italiana, quella pubblica dei politici che gigioneggiano in favore delle telecamere per un pugno di voti in più, e quella privata – meno commendevole – fatta di intrecci tra potere e criminalità organizzata.
Ci si imbatte piacevolmente in citazioni di Whitman, Milton, Bakunin, Frost e nella colonna sonora degli Smiths e David Bowie, eco delle origini british del protagonista.
Stokar naviga a vista dentro ad un’indagine che si fa sempre più complessa e ambiziosa e che lo porta ad osservare la realtà da una prospettiva diversa, scevra da pregiudizi di razza e fede politica.
Un noir di alto livello, agile e ben scritto, da leggere anche per riflettere sui rischi connessi alla passiva accettazione delle derive nazionaliste ed antidemocratiche dei nostri giorni.

Il libro in una frase

“Il grande problema della sicurezza, secondo loro, consiste nel tenere fuori dal fortino i cattivi, gli indiani. Io non avrei problemi a sparare contro tutti quelli a cui mi dicono di sparare. Solo che il male in realtà è anche dentro le mura, e siamo tutti contagiati, e i buoni e i cattivi vivono insieme e non è facile capire chi siano gli uni e gli altri. Adesso lo so, ma non lo sapevo anche allora, nella mia vita di prima”

Sabrina Colombo

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