Il Canaro della Magliana



Massimo Lugli , Antonio Del Greco
Il Canaro della Magliana
NewtonCompton
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Tutto per colpa di una siepe?
Non ho il pollice verde e sono in grado di far morire l’erba se solo mi avvicino al prato ma, nonostante questa qualità, ho capito che Giacomo Leopardi è stato il più grande giardiniere di sempre. Senza una serra è riuscito a far sbocciare nello stesso tempo le rose e le viole, ha coltivato con successo la ginestra ma il vero capolavoro l’ha fatto con una siepe. Resistendo alla tentazione di sradicarla per vedere il paesaggio, ha garantito l’immortalità a una manciata di rametti e foglioline.
Va bene, vi confido il segreto di Pulcinella: le poesie di Giacomo Leopardi non sono un manuale di floricoltura, parlano di cose più profonde.
Ed è per colpa di quella siepe che nei miei pensieri si scatena un cortocircuito. Credo che la dote più apprezzabile dell’umanità sia la capacità di oltrepassare i suoi limiti ma, ogni volta che tento di scavalcare quel cespuglio, rimango impigliato e mi schianto dall’altra parte.
La crisi ci ha risvegliato dall’ubriacatura del progresso e smaltire i postumi della favoletta in cui cavalchiamo una freccia scoccata verso un futuro migliore non è piacevole. Non si tratta solo di economia e collettività ma è anche un problema culturale e individuale: oltre a rivedere il concetto di limite dovremmo capire qual è la nostra misura per rimanere uomini senza diventare cerchi che si espandono perdendo il proprio centro.
Rifugiarsi sull’ermo colle, costruire muri più alti, rimandare a casa gli altri non sono delle soluzioni ma anche superare la soglia senza avere consapevolezza di sé conduce al naufragio e, per quanto possa essere una dolce occupazione, il mare non versa lacrime per gli annegati.
Leggendo la cronaca nera si può intravedere l’orrore che ci attende nell’andare oltre.
Ad esempio, il caso del Canaro della Magliana. Se ridotto ai minimi termini, è la ribellione della vittima contro il carnefice ma è un gesto che supera la vendetta e diventa qualcosa di disumano. La confessione e le perizie mediche raccontano due versioni differenti ma l’episodio è l’equivalente di uno scacco matto nel tentativo di separare il torto dalla ragione.
Vicenda che ha ispirato Dogman di Garrone e Rabbia furiosa di Stivaletti, due pellicole che riattualizzano quanto accaduto in quel febbraio del 1988. Dopo una decina di anni dall’uscita di Fattacci di Vincenzo Cerami, anche la letteratura torna a occuparsene. NewtonCompton Editori ha appena pubblicato Il Canaro della Magliana di Massimo Lugli e Antonio Del Greco, un esperto giornalista di cronaca nera e il poliziotto che lo arrestò.
Si tratta di un romanzo diverso da quanto mi aspettavo. Inizia quando il delitto è già consumato ma il cadavere è una presenza che aleggia tra le pagine confondendo le indagini degli inquirenti e creando scompiglio nel sottobosco criminale romano. Pur essendo ispirato a un fatto reale, non si ha mai la sensazione di leggere una storia già risolta perché gli autori – con informazioni di prima mano e un sapiente uso del dialetto – non hanno scritto un libro tra i tanti ma hanno ricreato un tempo e un angolo ben precisi di Roma.
Scartata l’ipotesi della Banda della Magliana, ormai in declino a causa di lotte intestine, la ricerca dell’assassino è un viaggio entro i confini noti per trovare chi quei confini li ha superati.
Con la cattura del colpevole si apre una voragine in merito alla corrispondenza tra l’omicidio e l’uscita dalla società.
La sinossi de Il Canaro della Magliana. Un corpo smembrato e carbonizzato viene rinvenuto in una discarica della Magliana. Le indagini coinvolgono la squadra mobile e Angela Blasi, una giovane ispettrice al suo primo caso alla omicidi. Per la polizia l’inchiesta si prospetta tutto fuorché semplice. Una volta scoperta l’identità dei resti umani, le tracce portano a un insospettabile: il proprietario di una toeletta per cani.

Mirko Giacchetti

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