L’infiltrato



Antonio Salas
L’infiltrato
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Quando la passione è più forte della paura

Un giornalista che i media conoscono come Antonio Salas si guadagna la vita nel modo più pericoloso del mondo. Fa l’infiltrato. Non per conto di strutture istituzionali, come lo sono i corpi speciali di polizia investigativa, le agenzie di informazioni, i servizi segreti. No, Salas lo fa per se stesso, per raccogliere informazioni sulle organizzazioni criminali di tutto il mondo “dal di dentro”, scegliendo accuratamente le più pericolose e le più feroci, le più organizzate, le più ramificate. Queste informazioni, che possono costagli la vita in qualunque momento, le riversa nei libri che pubblica puntualmente quando ritiene di aver appreso tutto quello che c’era da apprendere, dopo essersi spogliato dei panni dell’infiltrato e aver ripreso i propri. Dopo essere tornato, cioè, alla sua vera identità che non è quella di Antonio Salas, nome che è anch’esso una copertura.

Dalla sua prima, rischiosissima avventura all’interno dei gruppi neonazisti è nato il libro Diario de un skin. Un successo di fama internazionale che però ha imprigionato per sempre l’autore nell’identità di copertura: quella di Antonio Salas, vietandogli di uscire allo scoperto, di firmare i libri col nome vero e mostrare il viso in tivù.

Dopo l’inchiesta fra le teste rasate, le svastiche e i pestaggi, Salas si è buttato a corpo morto in un’altra avventura altrettanto pericolosa. Ha assunto l’identità di un trafficante di carne umana infiltrandosi fra le organizzazioni internazionali che praticano l’human trafficking, cioè il commercio di persone: donne e bambini, alimentando i circuiti della prostituzione e della pedopornografia mondiale passando per il commercio di organi. Ne è nata una seconda inchiesta sconvolgente che ha riversato nel libro El año que trafiqué en mujeres.

Questo libro è la sua terza, immane fatica. L’infiltrato (titolo originale El palestino), ripercorre l’ultima scommessa che Antonio Salas ha fatto con la morte. Forse la più rischiosa di tutte perché sotto l’identità fittizia di Muhammad Ali Tovar Abdallah Abu Aiman detto al-Falistini, si è infiltrato nei gruppi fondamentalisti islamici più agguerriti che predicano la jihad e combattono la loro Guerra Santa nelle città, con autobombe e guerriglieri suicidi. In altre parole: è entrato, lui occidentale e cristiano, in contatto con i burattinai che muovono i fili del terrorismo islamico internazionale.

Vocazione interessante e sommamente affascinante quella dell’infiltrato. Ma Ci sono infiltrati e infiltrati. Per esempio: gli agenti dei corpi speciali e dei servizi che lavorano sotto copertura hanno alle spalle tutto un apparato che ne tutela l’incolumità. Non che questo li metta al riparo dal rischio di essere scoperti e uccisi, cosa che può avvenire in qualsiasi momento per un piccolo, banalissimo errore, per un lapsus, una decisione sbagliata. Senza contare che anche le organizzazioni criminali hanno le loro talpe. Hanno, cioè, infiltrati nelle forze dell’ordine e nei servizi, anche ad alto livello, che le informano di ogni movimento sospetto. Però non sono soli. Sanno di avere le spalle coperte e questo dà loro una certa tranquillità.

Il reporter che s’infiltra pericolosamente al solo scopo di raccogliere informazioni per un’inchiesta giornalistica non ha nessuno che lo protegga. Nessun personaggio da contattare in caso di pericolo estremo. Nessun referente. Nessun collega che possa soccorrerlo. Nessun superiore che possa assumersi la responsabilità di eventuali azioni criminose che fosse costretto a commettere per non far saltare la copertura. La sua unica risorsa, nelle situazioni estreme, è la sua capacità di persuadere l’avversario, di manipolarlo fino al punto da fargli credere che quel dato crimine, quell’omicidio, è meglio che non vengano commessi per il bene della stessa organizzazione.

Se non ci riesce è morto.

Ci vuole coraggio, e tanto, per giocarsi la vita alla roulette russa della vita sotto copertura al solo scopo di ottenere informazioni da riversare in un libro. Coraggio e tanto spirito di servizio, perché quelle informazioni non sono destinate solo a un pubblico di lettori che amano le sensazioni forti, ma anche e soprattutto alle forze dell’ordine, agli organismi internazionali per la sicurezza e la repressione del crimine, che possono servirsene per sgominare bande, smantellare organizzazioni pericolose, disinnescare le bombe a orologeria del terrorismo mondiale.

Ma coraggio e spirito di servizio non sono sufficienti. Le organizzazioni criminali si basano su meccanismi complessi che bisogna conoscere e assimilare alla perfezione per non tradirsi. E poi bisogna darsi un’identità criminale credibile, che resista ai controlli accurati dei criminali che sono estremamente diffidenti e, ovviamente, non ammettono chiunque nei loro gotha.

Ne sa qualcosa il nostro Frabrizio Gatti, inviato dell’Espresso, un giornalista spericolato che sembra la fotocopia italiana di Antonio Salas. Nascosto sotto l’identità di copertura di Bilal, dal 2003 al 2007, ha attraversato più volte il Sahara sul cassone degli stessi camion che trasportano i migranti. Nel corso di questi viaggi della disperazione, ha incontrato, come Salas, affiliati di Al Qaeda e personaggi senza scrupoli. Ha rischiato la vita per capire cosa muove migliaia di persone a sfidare il deserto, il mare e migliaia di insidie mortali. Bilal è entrato cioè nelle organizzazioni criminali africane e nelle aziende europee che sfruttano la nuova tratta degli schiavi. Si è fatto arrestare come immigrato curdo iracheno senza documenti; ha scoperto le alleanze e le complicità di alcuni governi poi ha riversato tutto quanto in un poderoso libro inchiesta intitolato, appunto, Bilal (Rizzoli).

Chi,come Antonio Salas e Fabrizio Gatti, si infiltra nelle grandi organizzazioni criminali, non deve sembrare quello che non è. Deve esserlo.

Antonio Salas per sei lunghi anni è stato un perfetto Muhammad Ali Tovar Abdallah Abu Aiman detto al-Falistini: pericoloso terrorista palestinese nato in Venezuela da genitori immigrati, cosa che gli ha permesso di giustificare il suo accento castigliano. Ma la cosa non è nata da un giorno all’altro. Salas si era preparato a diventare un mujahid, cioè un guerrigliero della jihad, studiando l’arabo e frequentando innumerevoli corsi sul terrorismo senza interrompere la sua attività regolare per non suscitare sospetti. Addirittura, ha spinto la propria puntigliosa smania di perfezionismo fino al punto da farsi circoncidere.

Ne valeva la pena?

La risposta è in questo libro che non solo spalanca una finestra su quella mostruosità che è il terrorismo indiscriminato, ma risponde a molte domande che il mondo occidentale dovrebbe porsi se volesse arrivare davvero alle radici dell’odio per estirparle. E, infine, sfata anche un gran numero di pregiudizi che oggi costituiscono gli alibi preferiti per coloro che hanno interesse a mantenere alto il livello dello scontro fra le civiltà.

Adele Marini

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