La notte che Pinelli



adriano sofri
La notte che Pinelli
sellerio
Compralo su Compralo su Amazon

“Di nessun atto terroristico degli anni ’70 mi sento corresponsabile. Dell’omicidio Calabresi sì, per aver detto o scritto, o per aver lasciato che si dicesse e si scrivesse, ‘Calabresi sarai suicidato'”.

In queste parole, anticipate da L’Espresso prima dell’uscita del libro La notte che Pinelli, parte degli organi di informazione ha ravvisato un mea culpa dell’allora leader di Lotta Continua nei confronti dell’omicidio Calabresi, avvenuto nel maggio del 1972 e per il quale Sofri è stato condannato come mandante.
Emblematico il caso di Nicola Rao, giornalista del Tg2 che definisce il libro una sorta di memoria ex post in cui Sofri ricostruisce il contesto ambientale dell’epoca per ribadire di non essere stato il mandante dell’omicidio del commissario.
A margine del servizio aggiunge che molto più azzeccato sarebbe stato il titolo ‘La mattina che Calabresi’.
Il libro non tratta il caso Calabresi, ma quello del ferroviere anarchico Pinelli, che nella notte tra il 15 e il 16 dicembre del 1969 volò dal quarto piano della Questura di Milano.
L’impianto narrativo è potente: è il racconto degli anni di piombo offerto ad una ragazza di appena vent’anni, che di quei fatti non ha memoria storica ma solo nozionistica.
Il 12 dicembre 1969, 17 persone morirono ammazzate e 88 ferite in seguito allo scoppio di una bomba nel salone della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana, a Milano.
Da qui prende il via la relazione.
L’attentato terroristico viene immediatamente ricondotto all’ambiente anarchico e Pinelli, il giorno stesso, è invitato dal commissario Calabresi a recarsi in Questura per uno “scambio di vedute”. L’interrogatorio ha formalmente inizio solo intorno alle 19.30 del 15 dicembre, dopo che da quasi tre giorni Pinelli è chiuso nell’Ufficio Politico, al quarto piano.
Fuori, nel frattempo, crescono le perplessità riguardo le responsabilità delle stragi di Milano e di Roma, dove lo stesso giorno esplosero tre bombe, una presso la Banca Nazionale del Lavoro, e due sull’Altare della Patria, che causarono 16 feriti.
Indro Montanelli dichiara immediatamente di non riconoscere negli attentati una marca anarchica, individuando nel movimento un’altra forma di violenza, che non si rivela sparando nel mucchio, ma al bersaglio simbolico del potere, assumendosi sempre la responsabilità del gesto. Ventila anche la possibilità di un’usurpazione della qualifica di anarchico da parte di un folle, di uno squilibrato, ipotesi che gira anche all’interno del circolo di via Scaldasole.
La ‘Ballata del Pinelli’, composta in quei giorni, lo chiarisce in un passaggio: “Impossibile – grida Pinelli – Un compagno non può averlo fatto”.
Viene ampiamente trattata la sentenza emessa dal giudice D’Ambrosio, legato al PCI, che il 27 ottobre 1975 chiudeva l’inchiesta dichiarando verosimile l’ipotesi di un malore attivo che avrebbe spinto Pinelli fuori dalla finestra.
Sentenza ampiamente contestata da Sofri, supportato da una vasta documentazione dell’epoca. Riconosce che Calabresi non si trovava nel suo ufficio durante l’accaduto, ma pone luce sulle numerose contraddizioni rilevate durante gli interrogatori ai presenti.
E’ a questo punto che si sofferma sulle responsabilità morali per aver condotto in prima persona una campagna giornalistica diffamatoria contro Calabresi, ritenuto colpevole della morte dell’anarchico.
Pur con atteggiamento critico nei confronti del commissario, colloca i fatti all’interno di un quadro più ampio, del quale tutti i presenti furono solo personaggi secondari. Capri espiatori per nascondere chi, più in alto, muoveva le fila di quanto stava accadendo.
Pedine nelle mani del questore di Milano, Marcello Guida, e del commissario capo Antonino Allegra, che per primi, in conferenza stampa, sostennero la tesi del suicidio, per poi ritrattare.

Dopo l’attentato di Piazza Fontana si cominciò a parlare di strategia della tensione, tesa a destabilizzare la situazione politica.
Stragi costruite per essere attribuite all’estrema destra o all’estrema sinistra. Un doppio polo che assorbiva le responsabilità di tutti gli atti terroristici.
Adriano Sofri è stato condannato nel 1997 a 22 anni di reclusione, dopo averne scontati 9 in carcere, si trova attualmente agli arresti domiciliari per gravi motivi di salute.

Il 13 giugno 1971 L’Espresso pubblicò un articolo di Camilla Cederna che si chiudeva con la richiesta alle autorità competenti di intervenire contro il commissario Calabresi ed i suoi presunti protettori. L’appello recitava: “Il processo che doveva far luce sulla morte di Giuseppe Pinelli si è arrestato davanti alla bara del ferroviere ucciso senza colpa. Chi porta la responsabilità della sua fine, Luigi Calabresi, ha trovato nella legge la possibilità di ricusare il suo giudice. Chi doveva celebrare il giudizio, Carlo Biotti, lo ha inquinato con i meschini calcoli di un carrierismo senile. Chi aveva indossato la toga del patrocinio legale, Michele Lener, vi ha nascosto le trame di una odiosa coercizione.
Oggi come ieri – quando denunciammo apertamente l’arbitrio calunnioso di un questore, Michele Guida, e l’indegna copertura concessagli dalla Procura della Repubblica, nelle persone di Giovanni Caizzi e Carlo Amati – il nostro sdegno è di chi sente spegnersi la fiducia in una giustizia che non è più tale quando non può riconoscersi in essa la coscienza dei cittadini. Per questo, per non rinunciare a tale fiducia senza la quale morrebbe ogni possibilità di convivenza civile, noi formuliamo a nostra volta un atto di ricusazione.
Una ricusazione di coscienza – che non ha minor legittimità di quella di diritto – rivolta ai commissari torturatori, ai magistrati persecutori, ai giudici indegni. Noi chiediamo l’allontanamento dai loro uffici di coloro che abbiamo nominato, in quanto ricusiamo di riconoscere in loro qualsiasi rappresentanza della legge, dello Stato, dei cittadini”. 

I firmatari furono 757

eva massari

Potrebbero interessarti anche...