Una lettera per Sara – Maurizio de Giovanni



Maurizio de Giovanni
Una lettera per Sara
Rizzoli
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Era pronto per uscire nelle librerie il 31 marzo poi fermato e vittima del coronavirus come tutti è il nuovo libro di Maurizio de Giovanni: “Una lettera per Sara” . Terza puntata per una protagonista che ormai abbiamo imparato a conoscere. Sara Morozzi ha un passato sofferto fatto di scelte dure spesso indicibilmente crudeli. Per l’amore di un uomo eccezionale che ha poi visto morire di cancro si è privata di una famiglia, di vedere crescere un figlio, di conoscerlo da adulto per poi reggere sulle spalle anche l’implacabile rimorso di doversi in un certo senso imputare la sua fine. Sara è una donna di mezz’età, capelli grigi, con un aspetto dimesso, calza scarpe basse, resa anonima dalla totale mancanza di trucco, tanto da diventare quasi invisibile, cela in sé lei, ex agente della più segreta unità dei Servizi, una volontà d’acciaio e la straordinaria capacità di leggere a distanza le parole sulle labbra delle persone e interpretare il linguaggio del corpo. Questo libro doveva uscire ad aprile, anche perché la primavera accoglie il lettore fin dalle prime pagine, e più in particolare proprio il mese di aprile. Ma, quel giorno per l’ispettore Davide Pardo, ormai parte integrante della mini squadra che ruota attorno a Sara, formata da lui e Viola, brava fotografa la fidanzata del figlio morto e madre del suo unico nipote, il promettente gradevole connubio primavera/aprile, fa cilecca. Pardo non è un abitudinario ma c’è un piccolo appuntamento al quale non rinuncerebbe mai. Per lui è un inderogabile punto fermo, anche durante le mattinate che gli scappano di mano. Un punto fermo, dieci minuti appena, alle undici, in ogni e qualsivoglia circostanza, perché ogni giorno, alle undici in punto, l’ispettore Davide Pardo prende il caffè. Prende il caffè, non lo beve e questa è un’ essenziale distinzione. Perché dire bere il caffè può andare bene dove sei costretto a ingoiare tazzone di liquido marrone dal sapore incerto. No, prendere il caffè è tutt’altra cosa, il religioso momento di una pausa, vissuta in completa solitudine, il magico momento delle undici, irrinunciabile rito e tappa del suo iter quotidiano. Non che nella vita e sul lavoro Pardo frequenti molto gente, non è un uomo di successo, la sua compagnia non è ambita. Non è mai riuscito a mettere su famiglia: la moglie e i figli che tanto desiderava non li ha mai avuti. Forse ora la mini squadra costituita con Sara è quanto di più vicino a una famiglia possa mai sperare. Gli consente persino di occuparsi di tanto in tanto di Massimiliano, il bambino di Viola in veste baby sitter, vice zio, ma ora non divaghiamo e torniamo invece alla pausa caffè delle undici, che Pardo vuole comunque vivere da solo: gli serve per meditare, per riflettere su se stesso, su quello stronzo di destino che tante volte gli ha voltato le spalle e sull’uomo straordinario che avrebbe voluto essere e invece non è stato. Quel lunedì di aprile dunque, come sempre, si arrampica per il vicolo di fronte al commissariato diretto al solito bar. Il magico rituale del caffè delle undici contempla che Davide Pardo entri, tiri fuori la moneta l’appoggi sul bancone e che Peppe il barista cominci a disporre piattino e cucchiaino davanti al cliente abituale, già pronto alla quotidiana cerimonia quasi iniziatica di ricevere pochi istanti dopo la tazzina piena, già zuccherata al punto giusto, portarla alla bocca e assaporare il primo minuscolo sorso bollente propiziatorio. Ma sarà proprio in quel momento che una mano l’afferra per l’avambraccio, negandogli il contatto con la tazzina. La mano smagrita, ma non per questo priva di forza del vicecommissario Angelo Fusco il suo vecchio ex superiore che gli sembra quasi un fantasma evocato dal passato. Fusco angosciato da lontani rimorsi e distrutto nel fisico, è venuto a cercarlo per chiedergli un grosso favore. Antonino Lombardo, un detenuto che sta morendo a Poggioreale, ha chiesto di incontrarlo e Pardo dovrebbe intercedere presso il suo amico Padre Rasulo, anziano cappellano del carcere, per fargli avere un colloquio. La faccenda è complicata, non sa neppure come ripescare il cappellano, tergiversa. Fusco lo sollecita ricordandogli passati favori e allora controvoglia gli promette di provarci e si fa lasciare il numero di cellulare. A conti fatti Pardo ce l’ha con lui perché gli ha guastato il rito del caffè delle undici. Tira per le lunghe, ne fa parola con Sara che lo rimprovera e lo sprona a darsi da fare, finalmente si muove ma è già troppo tardi, Lombardo è morto e ormai nessuno potrà più sapere cosa avesse da dire. Per aggiustate il qualche modo la faccenda, chiede aiuto a Sara Morozzi. Dopo tanto buio, nella vita di Sara è finalmente ritornato il sole, dopo che Viola, la compagna del figlio morto, le ha regalato un nipotino. Il nome di Lombardo, però le ha richiamato alla memoria qualcosa, come una mano di ghiaccio che prende alla gola e costringe a far affiorare brutti ricordi, ricordi da dimenticare. Cose che tornano dal passato e possono fare molto male. E insieme ai ricordi di quella lontana stagione, ritornano le emozioni, i dubbi, i rimorsi. Con un forzoso viaggio indietro nel tempo, Maurizio de Giovanni va a frugare negli insidiosi segreti della memoria collettiva e criminale di un intero Paese, per svelare certe pericolose ambiguità del passato italiano più recente. Una nuova storia che si avvale ancora una volta dall’affascinante affabulare della parola scritta di Maurizio, contraddistinto come sempre da quella particolare loquela narrativa che è diventata il suo marchio di fabbrica. Un terzo capitolo della serie di Sara che, con consueta destrezza, ci rimanda a una prossima puntata.

Patrizia Debicke

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