Giorgio Perlasca. Un italiano scomodo



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Giorgio Perlasca. Un italiano scomodo
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Il 27 gennaio, Giorno della memoria della Shoah è la ricorrenza istituita in Italia dalla legge 211/2000 “In ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti”.
Con l’occasione, si celebrano anche i cittadini che rischiarono la vita per proteggere i perseguitati. La scelta della data è fortemente simbolica perché proprio il 27 gennaio 1945 le truppe dell’Armata rossa, nel corso dell’offensiva che le avrebbe portate a Berlino, scoprirono nei dintorni della città O?wiecim (nome tedesco: Auschwitz) il campo di sterminio in cui erano rinchiusi gli ultimi sopravvissuti alle deportazioni, sepolti vivi insieme con le montagne di cadaveri che i forni crematori non erano riusciti a incenerire.
A partire da quel giorno, nessuno in teoria avrebbe più potuto dire “Io non sapevo” perché lei immagini di quegli scheletri viventi e della cataste di morti fecero il giro del mondo.

Il giorno dell’apertura dei cancelli di Auschwitz, varcati una decina di giorni prima dai nazisti in fuga che si erano portati dietro, come scudi umani, tutti i prigionieri in grado di reggersi sulle gambe in quella che fu definita “marcia della morte”, è oggi il simbolo di atrocità che nei secoli a venire nessuno dovrebbe permettersi di scordare.
Curiosamente, quest’anno la ricorrenza ha una valenza doppia. Vi si commemora infatti anche il centenario delle nascita di Giorgio Perlasca (31 gennaio 1910), eroe inconsueto che per puro spirito umanitario nel 1944, a Budapest, rischiò la vita per salvare migliaia di ebrei.

E’ curioso che sui meriti di Perlasca, lo Schindler italiano, per quarant’anni nessuno in Italia abbia mai speso una parola. Solo nella primavera del 1990, dopo le due puntate di Mixer che Giovanni Minoli gli dedicò, il Paese seppe della sua esistenza. E quella fu la prima breccia che si aprì nella spessa cortina di silenzio che gli era stata eretta intorno: un anno dopo Enrico Deaglio dedicò a Perlasca un libro intitolato La banalità del bene (Feltrinelli, Milano 1991), mentre l’anno successivo, proprio nel Giorno del ricordo 2002, su Raiuno andò in onda lo sceneggiato Perlasca, un eroe Italiano.

Perché Giorgio Perlasca è stato tanto trascurato dai media e dai politici che per quarant’anni si sono avvicendati alla guida del nostro Paese? La risposta è semplice: perché era fascista: una scelta di appartenenza politica che negli anni ’50, quando l’Italia era in macerie per aver creduto all’uomo della provvidenza, non poteva attirargli grandi simpatie anche se, a rifletterci bene, sul piano umano gli rende ancora più onore perché libera il suo agire da contaminazioni ideologiche e opportunistiche. Va precisato, a questo proposito, che l’adesione al partito fascista non fu totale e incondizionata perché Perlasca non approvò mai le leggi razziali e non aderì alla Repubblica di Salò.

Ma chi fu realmente Giorgio Perlasca? Come riuscì a tenere lontana dai lager un’intera comunità ebraica che altrimenti sarebbe stata sterminata? A ricostruire l’intera vicenda sulla base di una rigorosa documentazione e soprattutto del racconto fatto dallo stesso Perlasca nel corso della sua ultima intervista, sono due giornalisti: l’australiano Dalbert Hallenstein, corrispondente dal Sud-Est asiatico per The Melbourne Age, The Sunday Times, di Londra, The European e The International Herald Tribune, e l’italiana Carlotta Zavattiero, padovana (terra di origine di Perlasca), cronista per Il Corriere di Verona, L’Arena, Il Verona, corrispondente di Radio24, e autrice, con Ferruccio Pinotti, del saggio Olocausto bianco (Bur, 2008).

«Quello che facevo era completamente illegale e sapevo cosa rischiavo», ha confidato Giorgio Perlasca a Dalbert Hallenstein. E leggendo questo libro, che è più avvincente di qualsiasi romanzo di spionaggio, non si fatica a credergli. L’avventura comincia a Budapest, quando Perlasca, mediatore di bovini per una ditta di Trieste, scopre di essere ricercato dai nazisti per aver rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò. Ha buoni contatti e trova rifugio nell’ambasciata spagnola. E qui, la sua storia si intreccia con quella di un altro personaggio fuori dalle righe: l’ambasciatore di Spagna, Angel Sanz Brìz, tenacemente antinazista, che gli fornisce cittadinanza spagnola e passaporto intestati a Jorge Perlasca.

Stando al sicuro dentro l’ambasciata, Perlasca si avvicina a Sanz Briz e viene a sapere che a lui fa capo un’organizzazione che si sta adoperando per salvare gli ebrei di Budapest. In sostanza, venivano forniti documenti falsi a ebrei che, in attesa di espatriare, erano ospitati in rifugi sicuri e fin dentro la stessa ambasciata. Ma non c’erano garanzie che nella “filiera” non ci fossero falle e in quei momenti bastava un sospetto per essere arrestati. Giorgio Perlasca conosce i metodi degli uomini della polizia segreta e delle SS per far parlare chi finiva nelle loro mani, eppure non si tira indietro.

Nel novembre 1944 gli eventi precipitano. Budapest è ormai una dépendence di Berlino e l’ambasciatore Sanz Briz viene richiamato a Madrid perché rifiuta di riconoscere il governo filonazista ungherese. A quel punto “Jorge” Perlasca resta solo, ma decide di andare avanti ugualmente. Si spaccia per sostituto del console e arriva ad autonominarsi ambasciatore di Spagna con tanto di timbri, sigilli e carta intestata. Quando sente che il terreno sotto i suoi piedi comincia a scottare perché in realtà ha solo una vaga idea di come si debba comportare un vero ambasciatore nei rapporti diplomatici, non demorde e in breve finisce per ritrovarsi in mano il destino di migliaia di ebrei. La sua audacia è tale che arriva a presentarsi alla stazione con documenti falsi per tirare giù dai treni piombati i deportandi avviati ai campi di sterminio. Certo, non è del tutto solo a condurre l’operazione: schierati con lui ci sono il diplomatico svedese (lui sì, autentico!) Raoul Wallenberg e il nunzio apostolico Carlo Riotta, ma Perlasca rischia di più perché è l’unico a non avere copertura diplomatica e per di più è anche ricercato.

In un mese, fra il dicembre 1944 e il gennaio 1945, il falso ambasciatore rilascia molte migliaia di salvacondotti che attribuiscono la cittadinanza spagnola a persone ricercate dai nazisti casa per casa e a me viene da pensare che uno così sarebbe necessario anche oggi, qui in Italia, magari in vista di un’altra operazione White Christmas

Si calcola che grazie al coraggio di Giorgio Perlasca circa 5.200 ebrei sfuggirono alla deportazione e ai forni crematori.
Alcuni, tornati a Budapest, parlarono della sua impresa e il 23 settembre 1989 fu solennemente insignito dallo Stato di Israele del riconoscimento più alto: quello di Giusto tra le Nazioni. Oggi a Gerusalemme Perlasca è ricordato da un albero piantato in un viale del museo della Memoria, il Yad Vashem, mentre a Budapest il suo nome figura fra quelli di altri Giusti nella targa situata nel cortile della sinagoga. Perlasca è morto nel 2002, a 82 anni ed è sepolto nel cimitero di Maserà di Padova.

adele marini

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