I figli segreti di Hitler



Ingrid von Oelhafen, Tim Tate
I figli segreti di Hitler
Newton Compton
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Lineare senza compiacimenti o facili esagerazioni I figli segreti di Hitler a firma Ingrid von Oelhafen e di Tim Tate (che è stato anche il regista di un ottimo documentario sul tema), è la vera storia di Ingrid von Oelhafen, involontaria cavia umana di uno tra i più terribili esperimenti nazisti, il Lebensborn.
Dopo la caduta della dittatura tedesca, nell’aprile 1945, molti degli orrori perpetrati dai seguaci di Hitler furono portati alla luce e in seguito si è continuato a scoprire una dopo l’altra le infinite aberrazioni commesse, anche su popolazioni inermi, da un regime dominato dalla follia. Una di queste spaventose aberrazioni fu il Lebensborn.
Più di 70 anni fa, nel 1935, Hitler, ossessionato dalla creazione di una razza ariana di sangue puro, con l’aiuto di Heinrich Himmler e delle sue SS, dette il via al Lebensborn, o ‘fonte di vita’, (dato il basso tasso di natalità tra i tedeschi e in previsione della guerra totale che agognava) per incrementare il numero di neonati ‘razzialmenti puri’.
Concepito all’inizio come un programma eugenetico riservato alle mogli dei membri delle SS, fu ben presto allargato alle donne incinte non sposate, purché fossero madri ‘incubatrici’ di un figlio potenzialmente ‘ariano’, alle quali fu data la possibilità di partorire senza subire la condanna sociale che allora spettava alle madri single. Secondo il materiale rinvenuto (gran parte fu distrutto quando la sconfitta della Germania divenne prossima), si stima che circa il 60 per cento delle madri tedesche del programma fossero sposate, ma si sa anche che un certo numero di case Lebensborn (o befotrofi) furono create per i figli di ‘nessuno’ razzialmente puri e destinati all’adozione. Ma poiché il numero di bambini tedeschi di razza ariana, ancora troppo basso, impensieriva il Furher, la sua anima nera, l’orco Himmler decise di allargare la selezione di bambini ‘puri’ ai territori occupati dal Reich.
Le SS obbligarono tutte le famiglie locali a sottoporre i figli bambini a visite mediche, che in realtà erano solo dei cervellotici test, per valutare, secondo il colore dei capelli e degli occhi, la loro ‘ariana purezza razziale’. Poi quelli che, a loro insindacabile giudizio, venivano giudicati ad hoc, furono ‘rubati’ ai genitori e ‘piazzati’ a svilupparsi e crescere nell’‘incubatrice’ di famiglie tedesche di comprovata fede nazista.
Non avendo purtroppo in mano sufficiente documentazione in merito (tanto che al processo di Norimberga non furono esibite prove sulle tante migliaia di bambini polacchi sequestrati dalle SS), ancora oggi è impossibile sapere esattamente quanti figli “ariani” siano stati strappati ai genitori durante quegli anni, ma gli storici stimano che siano stati 500.000 se non di più.
Ingrid von Oelhafen era una di quei bambini. Nata nell’allora Jugoslavia, Ingrid, che si chiamava Erika Matko, a nove mesi fu selezionata e sottratta ai genitori Johann e Helena Matko e poi affiliata con un altro bambino, un maschietto poco più piccolo di lei, da Gisela Andersen e da suo marito Hermann von Oelhafen. Ma, alla fine della guerra, la coppia si separò e Ingrid/Erika fu collocata prima in diversi istituti (collegi gestiti da suore) e infine andò a vivere in casa di quello che credeva suo padre. Ma a undici anni, quando, dopo la visita medica obbligatoria, il suo certificato scolastico fu rilasciato a nome di Erika Matko, le fu spiegato che Hermann e Gisela von Oelhafen erano dei genitori adottivi che si erano presi cura di lei, la mantenevano e le permettevano di studiare.
Nel 1958 Ingrid, che ormai figurava all’anagrafe tedesca come Ingrid von Matko von Oelhafen, si rivolse alla Croce Rossa (che dal 1955 aveva cominciato a riunire le famiglie divise dalla guerra) per ritrovare la sua famiglia di origine. Tuttavia la sua ricerca molto lunga (più di mezzo secolo) fu resa più difficile anche dall’assoluta mancanza di documenti, soprattutto per l’incuria della madre adottiva, ma anche dal fatto che i suoi veri genitori, agricoltori di una piccola città dalla Slovenia, avevano salvato un’altra bambina, nascondendola sotto il suo nome.
Le ci sono voluti ben sessantadue anni di delusioni, di incomprensioni e di spese per poter avere la certezza e finalmente provare attraverso i test del DNA di essere la vera Erika Matko. Ma ormai considera i parenti di sangue sloveni solo come degli amici. Anche la lingua è diventata una barriera. Il suo vissuto, il suo mondo e la sua vita sono in Germania, si sente tedesca e il nome che usa è Ingrid von Matko Oelhafen anzi più spesso Ingrid von Oelhafen perché è cresciuta con quel nome e con quel nome si identifica.

Patrizia Debicke

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