Salutiamo amico – Gianfrancesco Turano



Gianfrancesco Turano
Salutiamo amico
Giunti
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La rivolta scoppiata nel luglio 1970 a Reggio Calabria, la strategia della tensione figlia della contrapposizione tra il blocco occidentale e quello sovietico, la nascita della Santa, la nuova configurazione dell’organizzazione nota come ‘ndrangheta che trasformerà un’arcaica consorteria di delinquenti nella multinazionale mafiosa più potente del pianeta. In mezzo a questo mondo di sangue, violenza e giuramenti traditi, le lettere di due adolescenti, Luciano e Nunzio, che condividono un’amicizia profonda, avvolta da una coltre di oscurità.
Romanzo storico, ma anche epistolare e di formazione, “Salutiamo, amico” ripropone un modello di analisi delle vicende reggine già presente nel precedente lavoro di Turano, intitolato Contrada Armacà, e impostato al superamento di un frequente luogo comune che vorrebbe ogni manifestazione di vita della società calabrese come riflesso condizionato dal monolite ‘ndranghetista, l’elefante nella stanza che soffoca il discorso pubblico e privato su una terra bella, solitaria e difficile.
La ricerca storica riempie le pagine di “Salutiamo, amico” fornendo, attraverso lo sguardo di Nunzio, figlio di un capobastone reggitano dell’Archi, il resoconto per immagini della parabola violenta compiuta da uno scontro nato, in apparenza, per la decisione insignificante di assegnare la sede del capoluogo regionale a Catanzaro piuttosto che alla città sullo Stretto. Una scintilla di natura locale scatena un incendio alimentato surrettiziamente da un novero di giocatori dello scacchiere internazionale interessati a sfruttare la contesa rivoluzionaria per produrre quel famigerato “colpetto” capace di riportare l’orologio dei palazzi romani indietro fino al Ventennio nero. 
L’Onorata Società, divisa tra vegliardi delle regole criminali e giovani turchi pronti ad assaltare il treno della modernità, caricherà tutto il peso del quale è capace sull’altra società, quella senza fucili, così da ottenere un posto al tavolo imbandito per la spartizione della Pacchetto Colombo, la contropartita che il governo democristiano corrisponderà al capoluogo demansionato e alla provincia di sua pertinenza: il quinto centro siderurgico (che diventerà il porto di transhipment di Gioia Tauro), l’impianto chimico di Saline Joniche (alla prova dei fatti mai entrato in funzione) e la sede del Consiglio regionale (ma non della Giunta) assieme a svariati miliardi per la città di Reggio.
La rivolta non si fermerà alle vie dei quartieri di Sbarre e Santa Caterina, finendo per scavare un solco profondo che determinerà la direzione futura dell’antica Febèa. Ne rimarrà sconvolta la vita dei personaggi, alcuni finalmente liberi dal giogo di un’esistenza consacrata alla persecuzione del dominio sul prossimo, a una non libertà costruita sulla proiezione di un’immagine all’esterno, inattaccabile e immutabile se non al prezzo della perdita dell’onore, del potere e della vita stessa. Perché “salutiamo, amico” può sembrare un’espressione amichevole, ma a Reggio Calabria si utilizza, guarda caso, per apostrofare gli storti.  

Thomas Melis

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