Mastro Titta e l’accusa del sangue – Nicola Verde



Nicola Verde
Mastro Titta e l’accusa del sangue
Fratelli Frilli
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Nicola Verde è autore di ampio respiro che negli anni ha distillato i suoi scritti prediligendo il genere noir. Già finalista al Festival noir di Courmayeur col suo romanzo d’esordio, “Sa morte secada”, ambientato nella Sardegna arcaica degli anni Sessanta, e ripubblicato lo scorso anno da Frilli Editore, è stato più volte finalista al prestigioso Premio “Alberto Tedeschi” della Mondadori. 
Originario del casertano ma romano d’adozione, da pochi giorni è tornato in libreria con “Mastro Titta e l’accusa del sangue”, (Fratelli Frilli Editore, pag. 300 € 14.90), un corposo noir che ancora una volta vede protagonista Giovanni Battista Bugatti, boia papalino nelle Roma ottocentesca, un uomo che cerca la propria umanità che crede di avere perso a causa del mestiere che fa.

“Mastro Titta –racconta l’autore- è conosciuto soprattutto a Roma e nel Lazio, perché è stato per settant’anni il boia ufficiale del Vaticano, a servizio del papa re, anche se come professione principale faceva l’ombrellaio. Di lui però sappiamo poco, lasciò soltanto un taccuino dove annotava le proprie esecuzioni, in totale, ben cinquecentosedici, con una media di sette esecuzioni all’anno. Quel taccuino fu dato alle stampe grazie a uno scrittore dell’epoca, tale Alessandro Ademollo, che lo arricchì di sue pennellate e ci fornisce una descrizione sommaria del personaggio, che agisce nella Roma sporca e buia ma sempre bellissima di quel secolo.”
Il romanzo è ambientato nel 1859 e si apre con un fatto drammatico: scompare un bambino di pochi mesi insieme alla sua balia, Amelia. Il bambino è stato battezzato ed è figlio di un ufficiale francese, ebreo. Si ipotizza quindi un secondo caso Mortara, ovvero che il bambino possa essere stato rapito dai gendarmi pontifici per essere consegnato alla Chiesa ed essere allevato nella cristianità, cosi come prevedeva il diritto canonico. 
Ma ci sono altri e ben più drammatici sospetti, ovvero che il bambino possa essere rimasto vittima di un rito di sangue, con degli ebrei che compivano nella settimana di Pasqua dei riti col sangue di bambini cristiani. 
Ma non si esclude neppure che ci possa essere dietro un complotto tra il regno di Francia e  il regno di Piemonte, che si stanno alleando contro l’impero d’Austria, per denigrare l’autorità papale, facendo circolare la voce che la bambinaia sia scomparsa col bambino per salvarlo dalle mire del papa. Ma quando gli omicidi si susseguono, a quelle ipotesi se ne dovranno aggiungere altre. Cosa c’è dietro tutto quel sangue? E soprattutto chi?
Sarà proprio Mastro Titta che abita a Borgo, appena fuori la città del Vaticano, con l’aiuto di Giuseppe Marocco d’Imola, poeta e tornitore, a sciogliere il mistero e sbrogliare l’intricata matassa che vede coinvolto anche l’ispettore Amilcare Laudadio, che ha avuto una lunga relazione con la bambinaia scomparsa col bambino. Lui sa che la moglie dell’ufficiale francese non può avere figli. E teme che il neonato sia figlio suo e della nutrice che cerca un imbarco e sta per essere violentata al porto di Ripetta, uno scalo fluviale di Roma situato lungo il Tevere, non lontano dalla chiesa di San Girolamo dei Croati.
Accanto a personaggi reali, vediamo interagire personaggi di fantasia. L’intento dell’autore, che ci regala un nuovo avvincente romanzo che si snoda in una Roma sporca e puzzolente ma sempre fascinosa e seducente, mira a raccontarci un periodo storico che richiama i battesimi forzati e le infamie contro gli ebrei, accusati di impastare il pane azzimo col sangue dei bambini. 
Calunnie da sempre dure a morire.
Nicola Verde prende spunto da una storia realmente accaduta, il ben noto caso Mortara, e ne fa un romanzo d’autore con altri personaggi e ben altra storia, colma i buchi della Storia vera col suo estro da scrittore e confeziona una trama godibile seppure di fantasia, di immediata lettura, e ci porta nella Roma papalina ai tempi in cui l’Italia ancora doveva unificarsi e gli intrighi e le violenze non risparmiavano neppure i neonati. Va da sé che s’è documentato a lungo prima di scrivere questo suo secondo romanzo storico a chiare tinte noir, forte dell’insegnamento dell’immenso Philip Roth: i dilettanti aspettano l’intuizione per scrivere, i professionisti si siedono e si rimboccano le maniche. 
Nicola Verde incontrò Mastro Titta, il boia del papa, casualmente, una decina di anni addietro, mentre con altri autori romani lavorava a un’antologia, e si ritrovò a leggere le sua memorie apocrife, scritte in realtà da Ernesto Mezzabotta, giornalista e scrittore vissuto nella seconda metà dell’Ottocento che ritroviamo nel romanzo mentre incontra il boia già anziano. Quelle memorie, invero, Mezzabotta le trasse a sua volta da un taccuino dato alle stampe da un altro scrittore dell’epoca, Alessandro Ademollo. Mastro Titta viene descritto come un uomo basso e tracagnotto, che vestiva in modo sobrio e si presentava sempre perfettamente sbarbato. Sposato e padre di due figli, un maschio e una femmina, dovette fronteggiare anche le maldicenze sulla moglie che il popolino voleva che parlasse coi morti. Mastro Titta era nato a Senigallia (AN) nel 1779 e morì a Roma nel 1869. Aveva cominciato l’attività di boia appena diciassettenne, nel 1795, e rimase in attività per quasi settant’anni, fino alla veneranda età di 85 anni. Andò in pensione con 30 scudi al mese, il doppio della paga di un normale impiegato. 
Un personaggio veramente esistito e perfettamente aderente alle esigenze narrative di un autore come Nicola Verde, per farne un protagonista attorno a cui far ruotare le sue storie.

Roberto Mistretta

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