Suburra



Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo
Suburra
einaudi
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Suburra si è espansa. Ha afferrato il cuore di Roma e ne è diventata il motore pulsante. Miserabili di ogni etnia e i loro oscuri maestri non hanno più bisogno di un Petronio che ne scriva le gesta. È il sangue altrui a rigare il perimetro del proprio potere, le auto fatte esplodere le rime delle nuove poesie da mandare a memoria, le spedizioni spaccaossa le moderne bocche della verità dentro le mani cui mettere. Non si salva nessuno in Suburra di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo. Anzi no, questa volta qualcuno ancora riesce a mettere la testa fuori dalle sabbie mobili. Come Marco Malatesta, tenente colonnello, un passato off border, ma almeno un presente che coglie la speranza di una resistenza contro lo schifo e la nausea. Il resto, un caravanserraglio in cui il migliore ha la rogna. Uomini e donne segnati sin dal nome: il Samurai, un nazista alla Heydrich, eminenza grigia dell’intero nuovo ordine mondiale; il Numero Otto; Morgana; Spartaco Liberati, la quintessenza del giornalismo sudicio. E poi, onorevoli glutinosi, ufficiali e sottufficiali dell’ordine corrotti, ecclesiastici che dividono la stessa idea di Chiesa col cardinale Bellucci de La Grande Bellezza di Sorrentino, troie, spacciatori, zingari arricchiti, usurai con figli, ristoratori dalle facce cangianti, radical chic, registi politicamente corretti, genti diverse venute dall’est (ma non popolanamente liriche come quelle cantate da De André). Il catalogo è di quelli forti. Dialoghi sparati che entrano in circolo come la più pura cocaina, fini psicologie di personaggi affettati, assenza della minima pietas, pathos tenuto alto dalla prima all’ultima pagina,Suburra è il percorso estremo nel bailamme socio-culturale dell’Italia moderna. Il paragone più ovvio è il celeberrimo Romanzo Criminale di uno dei due autori. Ecco, l’epigono prende il maestro e lo chiude nelle teche della Storia. Possibile pensare che Bonini e De Cataldo abbiano invece firmato (e fermato) una narrazione che si limiti alla frontiera geografica descritta nel libro e ai suoi soli protagonisti? No, suona molto più naturale prenderla come parte di un tutto. E se questo tutto si chiama Italia, oggi 2013, ci sarà chi in futuro ricorderà lo sfascio umano come realismo post pasoliniano.

Corrado Ori Tanzi

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