Morte a Firenze



marco vichi
Morte a Firenze
guanda
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A Firenze è scomparso un bambino.
E tra poco scomparirà anche buona parte della città, inghiottita dalle acque dell’Arno. Anno domini 1966, la guerra solo poco alle spalle. Il commissario Bordelli indaga.
Nello stomaco e nel cervello porta il bagaglio di quel conflitto che non ne vuole sapere di diventare semplice memoria. Anche ora che è la pensione non è una chimera. Sull’indagine i suoi sensori gli suggeriscono il peggio. E i sensori non sbagliano. All’orrore di essere testimone di un delitto che compone in sé il delirio di esistenze violentemente marce, si aggiunge l’impotenza dell’azione. Nessuno sa. Nessuno ha visto. E l’unica possibile traccia se la porta via l’alluvione. Che fa camminare protagonisti e comparse sulle macerie di una nuova tragedia. Salvo offrire inaspettati regali di vita nuova.

Marco Vichi ha firmato un romanzo coi fiocchi. Il suo commissario Bordelli ha una visione simenoniana dell’esistenza, a cui aggiunge il fatalismo di chi ha superato la soglia del disgusto per poter solo pensare che non ci sia sempre un ulteriore fondo alla ripugnanza del comportamento del genere umano. Per lui l’esistenza è una magra fatica. Un mestiere che, scomodando Cesare Pavese, va imparato. Anche se poi si traduce in una lode al branco.

Il profilo noiristico è perfetto. Calibrato il susseguirsi degli snodi narrativi, naturali gli intoppi investigativi, da maestro lo sviluppo finale. Si sente che il delicato equilibrio su cui cammina Bordelli viene dal racconto e non dalla penna del suo autore. E tutti i personaggi riflettono una propria luce.
Ma Morte a Firenze è, se possibile, anche di più. È anche la prova provata del pensiero di Abraham B. Yehoshua: imparate la Storia dai romanzi. Perche anche questo ha scritto Vichi. Un romanzo che della Storia si beve a piene mani.
E fornisce un quadro su quanto successe nel capoluogo toscano da quel 4 novembre 1966 con pennellate di acqua e fango vivo. Annusiamo l’odore di un fiume impazzito. Ci giungono gli echi di una rivolta della natura. Anche se alla fine i detriti più pesanti non vanno certo ricercati per le strade.

corrado ori tanzi

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