Blogtour: Anemone al buio – Maria Silvia Avanzato. L’intervista




Blogtour: Anemone al buio

Compralo su Compralo su Amazon

21867597791_5cc3588d64_oMaria Silvia Avanzato, bolognese, giovanissima (ma l’età, se volete, la trovate sul web), nata e tuttora abitante a Bologna, sicuramente, ma non solo, una delle scrittrici del genere giallo-noir più promettenti del panorama italiano.
Basti ricordare In morte di una cicala e Adamante, tanto per citare alcuni dei suoi titoli più noti.
L’abbiamo intervistata in questi giorni per l’uscita del suo ultimo romanzo, Anemone al buio, per Fazi Editore.

Allora, prima domanda, banale, scusami, ma di prammatica… Maria Silvia, o semplicemente Maria, oppure solo Silvia?
Quando sento tuonare “Maria Silvia!” solitamente significa che l’ho combinata grossa. Di solito è mia nonna a scandire il nome completo, è la temibile introduzione ai suoi ammonimenti. Opto per Silvia, lo trovo più rassicurante.

Perfetto Silvia, allora, abbiamo detto che sei scrittrice di successo, ma non solo. Curi anche testi teatrali, collabori con web radio e testate giornalistiche, ti occupi con amore, come ho letto, di una nonna che è il tuo editor più spietato, e certamente altro ancora… Ovviamente, la prima domanda “vera” è: ma come fai a stare dietro a tutto, senza sacrificare la tua vita privata?
La sacrifico e per questo non mi scuserò mai abbastanza. Ci sono tre gatti che mi guardano storto perché li ho lasciati senza pranzo, un fidanzato – martire abbandonato davanti a un frullatore impazzito con la preghiera “Pensaci tu”, amiche che chiedevano “prendiamo un caffè assieme?” verso metà maggio e sono ancora lì ad aspettare. Io sbaglio da una vita, ho sempre sbagliato, sono il tipo che accetta con slancio incontenibile qualsiasi proposta: se tu adesso mi chiedessi di fondare una rock band io, da mediocre suonatrice di flautino irlandese, direi “Sì, certo, domineremo il mondo!”. Ed è così che perdo per strada compleanni, giornate importanti, cene in case nuove, solitudini laterali, momenti di bisogno altrui. La scrittura chiede tempo e giusta predisposizione di umore. La nonna chiede cure e delicatezze non comuni. La cosa certa è che a volte la scrittura può aspettare ma… provate a far aspettare mia nonna.

4176tieoll-_sx326_bo1204203200_Quando hai deciso che il mondo della scrittura, in tutte le sue forme, sarebbe stato quello in cui avresti voluto vivere?
A cinque anni perché abitavo fra le montagne e nessun bambino veniva mai a giocare da me. Fu allora che avvicinai lettere in maniera del tutto empirica fino a creare parole sgrammaticate. Decisi di raccontarmi favole per tenermi compagnia, conservo ancora una serie di fiabe scritte in una lingua piuttosto distante dall’italiano. Il giorno in cui imparai a scrivere smisi di sentirmi annoiata e sola.

Quali difficoltà hai incontrato nell’intraprendere questa professione che, certamente, è fra le più belle al mondo?
Le difficoltà sono cambiate nel corso degli anni. Certamente ho imparato che essere elastici, duttili, disposti ad adattarsi e propositivi verso gli esperimenti è una buona strategia. Se ci si mette a sedere e si dice “Io scriverò solo romanzi, non cambierò mai genere, pubblicherò solo con Tizio e Caio e non farò nulla che esuli dalla scrittura di romanzi come dico io”, le probabilità di inserirsi in questo mondo calano rovinosamente. Certo, sarebbe bellissimo potersi fossilizzare in una posizione stabile. A parer mio, tuttavia, è più utile e divertente dire “Io scriverò romanzi quando ne avrò la possibilità e quando non avrò questa possibilità scriverò per il teatro, andrò a chiacchierare in radio, terrò laboratori per bambini, scriverò slogan pubblicitari per aziende, mi racconterò in rete”. Se l’obiettivo è realmente entrare in questo mondo professionale, vale la pena di provarci con un chiavistello, una catapulta, un tunnel sotterraneo, anche arrivando in volo se necessario.

Un consiglio da regalare a un esordiente, ricordandoti dei tuoi inizi?
La più grande difficoltà iniziale è stata far capire alle persone che avevo attorno quanto fosse serio e  radicato il mio desiderio di lavorare in un ambiente come questo. L’attività artistica è spesso vista come un hobby o un secondo lavoro, qualcosa da destinare ai ritagli di tempo, rientra quasi nel bagaglio delle “velleità”. Ricordo che mia madre mi stordiva con “Uno su mille ce la fa”, era ciò che mi ripeteva più spesso, la tipica osservazione che tiene al guinzaglio l’entusiasmo del prossimo: quella benedetta canzone è stata travisata da intere generazioni, nasce come incoraggiamento e invece viene citata a sproposito per spingere i poveri sognatori a gettare la spugna. Un giorno le risposi “Ok, mamma, io allora voglio fare del mio meglio per essere uno. Non gli altri novecentonovantanove”. All’inizio, per uscire dal tunnel delle buone ragioni per non provarci, bisogna essere il famoso uno su mille. Uno che ha buone ragioni per provarci e non vuole sprofondare fra altri novecentonovantanove sognatori troppo prudenti o sconfitti.

 Domanda certamente non nuova; di quali autori hai, eventualmente, sentito l’influenza nei tuoi primi anni di scrittura? E di quali, ora, invece non ti priveresti mai?
Da piccola ero innamorata delle avventure di Puzzy la Strega Sudiciona (che vergogna, non l’avevo mai raccontato prima! D’altronde è impossibile non amare Puzzy!). Si tratta di una serie di avventure scritte da Kaye Umansky, chi è nato nel 1985 come me forse le ricorda. Questa puzzolente strega era la mia ispiratrice suprema e a nove anni avevo iniziato a scrivere storielle pericolosamente simili alle originali. Ricordo – dolorosamente, a dire il vero – una frase che mi disse mia nonna dopo aver letto la mia piccola produzione di puzzolenti manoscritti infantili: “Non sei originale, non ci hai messo del tuo, sei solo la copia di un’altra strega e comunque non appassioni quanto lei”. Posto che una frase simile polverizza tutti i palpitanti sentimenti delle scrittricine novenni di questo mondo, da allora imparai la difficile pratica del godersi l’ispirazione. E basta. Io amo l’ispirazione e sono quasi infastidita dalla citazione. Quando leggo “Nel mio romanzo c’è una citazione di…”, mi torna in mente Puzzy la strega. Ho imparato ad adorare i testi che mi ispirano e goderli appieno, assaporarli tutti senza cercare di trascinarli sulla carta e piazzarci il mio nome sotto. Io sono io, ogni tentativo per somigliare a un’altra risulterebbe forzato e ridicolo. La mia musa di oggi è Janet Frame, per lei ho una vera venerazione. Mi influenza? No, mi emoziona e mi ispira. È talmente grande e potente che anche il solo pensiero di avvicinarmi a lei mi sembra presunzione atroce.

Molti dei tuoi libri, Anemone al buio uno per tutti, sono di genere giallo-noir, forse non proprio in quest’ordine… inclinazione naturale, diciamo per affinità elettive, o precisa scelta editoriale “a monte”?
È una scelta dettata dal mio mondo. Tolta la cupissima infanzia nel maniero fra i monti con la nonna che bacchettava i miei tentativi di emulazione nei confronti di streghe maleodoranti, tutto il mio universo è noir. Vivo attualmente in una casa il cui salone mette i brividi ai visitatori per la quantità di oggetti antichi, polverosi, per l’atmosfera tetra degli ambienti. Vengo da una famiglia di collezionisti bizzarri, in soffitta abbondano lettere d’amore e album con fotografie di antenati morti, testimonianze di guerra e bottigliette di veleni del trisnonno farmacista. Amo il cinema vintage, scrivo articoli in merito su Orizzonti di Gloria, e mi concentro specialmente sui noir americani fra gli anni Trenta e i tardi anni Sessanta. Ho tre gatti, si chiamano Arsenico (la nonna e io siamo i vecchi merletti), Humphrey Bogart e Ispettore Barnaby. Mi addormento solo se la tv è accesa su una di quelle belle trasmissioni notturne che scavano nella mente dei serial killer. La nonna e io passiamo il tempo leggendo gialli e ripercorrendo le vite di parenti defunti, la nonna poi ci tiene molto a parlare con loro. Io stessa appaio sempre come una che ama scherzare e invece sono una tizia cupissima, riflessiva ossessiva, pessimista fino all’osso, facile preda di attacchini di nervi in serie. Insomma, attorno a me è sempre stato tutto deliziosamente nero. Io sono solo la prova vivente delle cose che ho respirato sinora.

Le tue trame sono sempre molto ben concepite e concatenate, e riesci sempre a muoverti su più piani diversi senza mai perdere la logica della narrazione. Come riesci a ottenere tutto ciò?
In certi casi prendo appunti mentre scrivo, ho una sfilza di elenchi ben ordinati riguardanti i punti salienti dei romanzi che intendo scrivere. Peccato che non li rispetti mai, questi elenchi ben ordinati.

Parliamo di Anemone al buio, la tua ultima uscita. Leggendo il libro, cosa che ho fatto tutto d’un fiato, penso si provi un particolare senso di immedesimazione, di empatia, per la protagonista Gloria, di cui riesci a farci provare, con naturalezza sorprendente, ogni sensazione, ogni dubbio, ogni paura. Come riesci a scavare così a fondo nei tuoi personaggi e soprattutto a renderli così… vivi? Oltretutto parliamo, in questo caso, di una protagonista che per molte delle pagine iniziali è praticamente cieca e di cui rendi benissimo le reazioni e il modo di comportarsi.
In primo luogo grazie per aver letto Anemone e per avergli destinato questa cura, questa attenzione che oggigiorno non è così scontata. Il romanzo nasce come esperimento ed è un caso isolato rispetto a tutti i precedenti, per calarmi nei panni della protagonista mi sono bendata. Lungi da me tentare di replicare l’esperienza di un non vedente – che implica capacità diverse, che porta gli altri sensi a conseguire abilità specifiche – il mio unico intento era privarmi temporaneamente di un senso al quale affidiamo molta parte della nostra vita. Per due mesi, ogni giorno, ho fatto a meno della vista (per la durata di una o due ore al massimo) ed è stata un’esperienza a tratti angosciante che mi ha portata a numerose riflessioni. Ci sono tanti gesti stupidi nella nostra quotidianità, vengono fatti automaticamente, senza pensarci. Eppure diventano difficili o fondamentali quando si è al buio, a volte persino pericolosi. Così Gloria non vede più e si basa unicamente sulle proprie percezioni. Unitamente a questo, perde la memoria: il suo mondo diventa perciò una giungla di voci e di persone a lei apparentemente sconosciute. Nel buio, circondati da estranei, riusciremmo a fidarci di un’altra persona? La domanda che Anemone pone è semplicemente questa.

Le varie storie dei protagonisti di questo tuo ultimo romanzo celano segreti oscuri e vissuti tragici, come ho scritto, nella mia recensione. Gloria stessa, via via che la memoria le torna, si ritrova al centro di un vero e proprio incubo, dal quale non sappiamo se e come riuscirà a uscire. La vita è sempre così… complicata?
Da inguaribile pessimista vorrei rispondere di sì. In realtà ognuno si misura con la propria, di vita. Posso dire che, nella mia esperienza di trentunenne abbastanza diffidente e un po’ “orso delle foreste”, i trabocchetti sono innumerevoli. Nel mio caso, io tendo a investire molto nei rapporti umani e quando si rivelano diversi – a volte completamente diversi – da ciò che sembravano inizialmente, vivo lutti profondi. Sono nota come una personcina drastica che non esita a dare un taglio netto a quei famosi “rami secchi” dei quali sentiamo spesso parlare. È vero ma è doloroso, molto doloroso. Ho vissuto questi trentuno anni facendo continuamente pulizia attorno a me, non ho mai trascinato le relazioni, non sono rimasta a guardare, non ho mai temporeggiato davanti alle decisioni: mi sento ripetere “invidio la tua sicurezza”, ma non si tratta affatto di sicurezza ed è questo che sfugge all’occhio disattento. Una persona che di fronte al pericolo di una delusione emotiva tronca velocemente ogni rapporto, è probabilmente una persona spaventata dall’ipotesi della sofferenza al punto da diventare estremamente insicura, anche se all’esterno non sembra. Ecco perché a Gloria ho regalato la possibilità che spesso ho negato a me stessa: imparare ad affidarsi al prossimo. Non è detto che questo sia indolore, si intende… in un noir, poi…

L’ultima domanda, anch’essa di prammatica. Il sogno nel cassetto di Maria Silvia Avanzato?
Vivere nella casa di montagna dove ho imparato a scrivere, assieme al paziente fidanzato Gabriele e i dodici gatti campagnoli che bazzicano in giardino. Avere un piccolo studiolo affacciato sulla montagna, una stanza minuscola, in pietra, dove coltivare un Phaseolus Caracalla in vaso (ehi, avete mai visto un Phaseolus Caracalla? No?  Date un’occhiata su internet se come me amate i fiori scenografici). Stare lì, a due passi dal giardino rigoglioso, a scrivere romanzi senza televisione e linea telefonica. Cucinare con la stufa, bere vino rosso quando gli amici si arrampicano lungo la parete rocciosa per venire in visita, far vedere alla nonna la neve alla finestra la mattina di Natale e godercela assieme vicino al caminetto. Avere pareti e pareti di librerie per i romanzi che leggevo da bambina, Puzzy inclusa, libri che curino l’anima. Essere lontana da qualunque altra cosa del mondo. È proprio un sogno, lo so. Ma non è sollevante anche soltanto leggerlo? Quasi quasi me lo rileggo.

 

Gian Luca Antonio Lamborizio

Potrebbero interessarti anche...