L’assassinio del commendatore



Haruki Murakami
L’assassinio del commendatore
Einaudi
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L’assassinio del commendatore
Non semplice recensire (e leggere) un romanzo di Murakami: è come essere su un ottovolante, prima o poi, anche se sei un duro, sperimenti il senso di vertigine. «L’assassinio del commendatore», prima parte dell’ultima fatica dello scrittore giapponese – la seconda parte uscirà a gennaio – narra le vicende di un pittore abbandonato dalla moglie, che dopo aver peregrinato con la sue vecchia auto per settimane alla ricerca di un minimo di stabilità emotiva, si ritira infine in cima a una montagna. Lì, in mezzo al silenzio e alla natura, vivrà una serie di esperienze fantastiche. In tutti i sensi. Sintetizzare le restanti 400 pagine è complicato, ancorché del tutto inutile, non sapendo neppure come andrà a finire la storia. Murakami è oggetto di culto nella sua terra d’origine e non soltanto: ogni volta che esce un suo romanzo, folle oceaniche si accampano la notte prima fuori dalle librerie per accaparrarsene una copia all’apertura. Di questi tempi, dove chi ci governa al massimo studia il modo di legalizzare le armi a casa nostra, a me pare essere un risultato davvero straordinario. Come dire: la forza della cultura contro la stupidità degli sciocchi. La prima volta che ho incontrato Murakami avevo 24 anni. «Tokio Blues» (era il 1993, ora quell’edizione la si trova soltanto su eBay, col tempo è stato ripubblicato col titolo di «Norwegian Wood») mi ha folgorato come pochi altri. Murakami, infatti, è genio, sregolatezza e soprattutto follia visionaria. Per tornare sulla terra, appena terminato «L’assassinio del commendatore» ho dovuto acquistare un romanzo nero che più nero non si può («Città di morti»). Ve ne parlerò. Così come già fatto con «1Q84», anche in questa occasione Einaudi ripropone la vendita spezzettata. Allora furono tre tomi, questa volta “soltanto” due. Per la gioia delle casse dello Struzzo e il disappunto di noi lettori (che a gennaio, oltre a non ricordare più nulla o quasi della trama, dovremo sborsare altri 20 euro). Se fosse una canzone «L’assassinio del commendatore» suonerebbe come «Tua per sempre» di Elisa. Voto: 8. Ci rivediamo a gennaio.

Alessandro Garavaldi

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