Hanno ammazzato la Marinin: MilanoNera incontra l’autrice



Nadia Morbelli
Hanno ammazzato la Marinin: MilanoNera incontra l’autrice
giunti
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Una premessa doverosa: io non amo i gialli. Si può intuire dalla tipologia dei libri che recensisco e dal sapore di quelli che scrivo. Ci sono però le eccezioni che confermano la regola e rappresentano perciò una piacevole scoperta all’interno di un mondo che non mi appartiene. Uscito da poco l’esordio di Nadia Morbelli che disegna una trama sospesa tra la città di Genova cornice di un omicidio e una sonnolente realtà di provincia all’interno di “Hanno ammazzato la Marinin”. Le indagini offrono un pretesto per un romanzo di costume dove sono i dettagli delle vite dei protagonisti a fare la differenza.
Poco importa scoprire chi abbia assassinato l’anziana dal passato tormentato e dalla famiglia chiacchierata. Ciò che interessa è seguire l’embrione di storia tra il Dottor Prini, vicequestore rude d’aspetto ma di raffinata estrazione culturale e Nadia Morbelli, una quarantenne magra come un’acciuga dai capelli rosso.

Quanto c’è di autobiografico in questo personaggio che ha peraltro il tuo stesso nome?
– Diciamo che di autobiografico c’è l’irrequietezza… irrequietezza, però, non inquietudine. Insomma, l’avere sempre mille cose da fare e, non contente, andarsene a cercare delle altre ancora. Anche se ciò talvolta pregiudica l’appuntamento dal parrucchiere, o dall’estetista. E poi la curiosità: come la
protagonista adoro ficcare il naso nelle cose che non mi riguardano! Se dovessi descrivere brevemente la protagonista direi semplicemente che è una donna felice. Tutto il resto di conseguenza.

L’affresco della provincia è curato, come i dettagli della città di Genova che il lettore osserverà attraverso la finestra disegnata dall’autrice. Volevi raccontare le storie e poi hai inserito la trama gialla o viceversa?
– Difficile dire, di certo c’è che colleziono storie praticamente da sempre: alcune apprese per esperienza diretta, o addirittura vissute in prima persona, altre sentite raccontare da altri, di seconda o terza mano, dunque. Quello che più mi affascina è la pienezza, e l’autonomia, di ciascuna di esse, sia sotto il profilo dei contenuti che dal punto di vista narrativo. Insomma, se fossi nata sotto altri cieli, o in tempi più remoti, avrei fatto la story-teller. Oggi ci ho costruito attorno un romanzo (che altro non è se non una macro-storia che ne contiene molte).

Leggendo le vicissitudini della Morbelli, mi è venuta in mente una Bridget Jones genovese. Si tratta di una scelta ragionata per strizzare l’occhio a un parterre più nutrito di lettrici?
– Per cominciare una puntualizzazione: Nadia non è né bruttina né sfigata: è invece moooolto carina e fortunata, visto che fa il lavoro che ha scelto di fare, ha due genitori in fondo simpatici e solo un pochetto rompiballe, dei buoni amici, un fidanzato e perfino un corteggiatore. Insomma, invita le lettrici a fare come lei: fregarsene di palestra e estetista e vivere tutte le occasioni che la vita offre. Se si è felici, in genere, si appare anche belle. In definitiva: è un invito a tutte le donne (belle, brutte, grasse, magre…), e – perchè no – a molti uomini a coltivare con buon senso il Peter Pan che è in noi.

Si dice che le storie si srotolano nelle vite degli altri, cercando chi le racconti. A te è successo così? O il romanzo è in toto opera di inventio?
– In verità ho inventato ben poco. Più che altro ho cucito: cucito insieme tante vicende fino a formare un patchwork, che è diventato il romanzo. Del resto cucire è l’attività femminile per eccellenza, e la ‘trama’ dei racconti ce lo ricorda. Attorno ci sono troppe storie bellissime che aspettano solo di essere trasformate in scrittura, non c’è ragione di inventarne delle nuove.
Basta apportare qualche ritocchino. Come si fa con la tinta dal parrucchiere.

Nel romanzo ricorrono i profumi della Liguria: il minestrone condito col pesto, il profumo salmastro dei pini marittimi, tanto che la provincia con i suoi molli ritmi e la sua parlata è così presente dal richiedere un glossario in coda al romanzo che “traduca” i termini genovesi costanti all’interno della narrazione. Ancora una volta si tratta di un caso o di una necessità ai
fini della costruzione narrativa?

– A pensarci bene, l’uno e l’altro: per un verso, cresciuta in ambienti dove si parlava (e si parla) in dialetto, certi termini sono per me assolutamente spontanei, non certo frutto di una strategia narrativa. Ovvero, se uno dà mostra di essere un po’ tonto penso che è abbelinato, non che è sciocco. Va però anche detto che, oltre a fare ‘colore’, il ricorso a certi termini consente una fedeltà, una vicinanza della parola al concetto che intendo esprimere assai maggiore, rispetto all’equivalente italiano. Che poi proprio equivalente non è mai. Credo che in tal senso giochi anche la componente fonica, sonora. Meno male che non mi hai chiesto chi ha ammazzato la Marinin, perchè intanto non te lo avrei mica detto.

Diciamo, che lo so che l’ha uccisa, ma accontento Nadia e, per questa volta, non ve lo dico. 😉

bea buozzi

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