Muto come un orsetto



Helfried P. Wetwood
Muto come un orsetto
Frilli
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Muto come un orsetto è una favola per bambini grandi, soffusa di malinconia e squisitamente noir. Nasce da una storia, che nel 2012 ha partecipato a un concorso letterario sotto la pseudonimo di una fantomatica signora o signorina Olivia H. Wetwood.
Intelligente e “diversa”, è stata subito notata dal “nazional quotidiano” Corriere della Sera, ha avuto altra buona critica e ora è approdata in libreria ben spalleggiata dai Frilli. L’autore, sfuggente, dicono sia nato a Milano dove nel 1978 è diventato avvocato (queste solo le scarne informazioni ricevute) si diverte (e secondo me fa bene) a sbalordire media e lettori con strampalate dichiarazioni e rifiuti. Un modo per farsi notare o un’intelligente presa in giro di qualcuno che sa quello che vuole.
Il protagonista di Muto come un orsetto è lui Gosa, un tenero orsetto peluche, arma del delitto e testimone dell’efferata uccisione della sua fata padrona Ginger, una vecchia baldracca per sua disgrazia non ancora in pensione.  Il povero orsetto di peluche dopo essere stato gettato per strada dall’assassino, verrà schifosamente lordato da un barbone e resterà per giorni lurido e abbandonato sul lato della carreggiata, fino al miracolo di trasformarsi in vessillo di un furgone della spazzatura, una quasi piratesca nave cittadina condotta da uno scalcagnato trio di netturbini. Da allora passerà, di mano in mano, a un gigante ritardato, a uno psicologo, a un trentenne mammone dei tempi nostri che lo ruberà e lo butterà via. E allora verrà raccolto dalla bocca a un cane di uno spietato killer, finirà nell’officina di un meccanico che lo regalerà a un ispettore che finalmente si trasformerà nel suo angelo o diavolo vendicatore. Ma ormai catalogato prova e arma di un crimine, finirà impolverato e dimenticato nell’archivio deposito, insomma in un ripostiglio dello stato e poi…
Beh, leggetelo perché attraverso gli occhietti neri di Gosa scoprirete anche una nuova Milano, una città prepotente, disordinata, caotica, indifferente, quasi fosse sopraffatta da un’aria irrespirabile che riesce a contagiare persone e cose. Una Milano che non ci piace affatto,   che ben descrive l’autore quando la chiama : “un manicomio luminoso per clown”.
Una Milano dove le uniche tracce di civiltà e di vera saggezza sembrano scaturire dai ricordi e dagli insegnamenti trasmessi a Gosa dalle confidenze e gli insegnamenti di Ginger, la prostituta, la sua vecchia padrona.

 

 

Patrizia Debicke

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