Soledad – Maurizio de Giovanni



Maurizio de Giovanni
Soledad
Einaudi
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Un dicembre del commissario Ricciardi
Sembra esserci una contraddizione in termini nella copertina: da una parte il titolo, Soledad, solitudine, dall’altra dicembre, preludio al Natale, la festa della rinascita, della felicità, della convivialità, della condivisione. Ed è proprio su questi due aspetti che si muove il nuovo romanzo di Maurizio de Giovanni. Perché quale festa più di tutte le altre fa esplodere la solitudine se non quella canonica della famiglia, della riunione, dell’amore celebrato? E in questo libro si parla molto di famiglia.
Come già nel precedente Caminito, si parte da lontano, da un caldissimo dicembre argentino con Livia, ormai diventata Laura nella sua nuova vita di ricordi e rimpianti che si fa carico di spiegarci e impersonare la canzone, Soledad, un altro tango, un ballo e una musica che evocano passione, intimità, seduzione, attrazione, complicità. Ma la solitudine è una malattia subdola che si insinua nel cuore e nella mente delle persone e in questo romanzo. più corale ed empatico degli altri, de Giovanni ce la mostra in tutti i suoi aspetti, dedicando una riflessione a tutti i suoi personaggi. Certo, ci sono un omicidio e un’indagine, ma soprattutto c’è la solitudine. Quella causata da un amore vissuto e perduto, quella di amori non vissuti, quella di un padre che si trova a dover lottare da solo contro il malessere di un figlio che, emarginato dal gruppo, sceglie la strada sbagliata. C’è chi si sente solo e isolato per le proprie idee, chi invece per il proprio essere diverso. Chi vorrebbe vivere un amore ma è troppo legato ai ricordi o al senso del dovere, e chi,sempre per amore, il dovere lo manda a farsi benedire. C’è chi la solitudine la cerca e chi la subisce.  “Mal si adatta il Natale alla solitudine”, soprattutto questo, quello del 1939. L’ultimo fintamente sereno, a un passo dal baratro della guerra. Gli anni del fascismo avevano già portato fame, malattie, denutrizione tra i più deboli, ma ora La Storia sta entrando nelle storie di tutte le persone, di tutte delle famiglie, portando paura e insicurezza. Sono giorni di inquietudine, di sospetto, di delazione, dove l’essere colpevoli non deriva necessariamente dall’avere fatto qualcosa di male. Sono giorni sospesi tra la condizione reale del paese e la favoletta raccontata dal governo. Le leggi razziali, le notizie della guerra sempre più vicina rendono questo Natale una pagliacciata palliativa, noncurante del dolore e della miseria, anche morale, accompagnato da un incongruente e quasi ridicolo suono di zampogne. La strada che si sarà costretti a intraprendere è già lì davanti, un percorso doloroso in cui incanalare l’insofferenza crescente di un popolo che soffre. Anche coloro i quali erano ancora esitanti e fiduciosi non possono che arrendersi di fronte all’evidenza. Ma c’è l’amore che mai come in questo libro fa cambiare le persone. L’amore che non finisce, che va oltre la vita stessa, perché i sentimenti sopravvivono alla morte. E anche la solitudine parla d’amore, perché è l’amore in tutte le sue forme, gioiose o dolorose, quello che ci racconta sempre Maurizio de Giovanni. Nessuno come lui sa insinuarsi nell’animo dei personaggi e quindi dei lettori, perché i sentimenti sono universali, non hanno spazio, tempo o genere .
C’è un’altra canzone che torna nel romanzo:
Dimmi che illusione non è
Dimmi che sei tutta per me!
Qui sul tuo cuor non soffro più
Parlami d’amore, Mariù


Ecco, continua a parlarci d’amore, Maurì.

Cristina Aicardi

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