Un delitto quasi perfetto



Jane Shemilt
Un delitto quasi perfetto
Newton Compton
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Romanzo inquietante, ma che coinvolge Dopo un inizio lento, quasi soporifero, fatto di mezza competizione sul lavoro e dispettucci tra coniugi, l’autrice ha vinto la scommessa con il lettore costringendolo a immergersi e ad annaspare in quella che sembrava una favola e invece si è trasformata in una drammaticamente crudele realtà con forse la sola speranza di un’impossibile chance. E a leggere tutto d’un fiato fino alla fine. Nel mio caso, durante un viaggio in treno per poco più di due ore.
Quando il dramma esplode, il libro si trasforma e diventa ad alta tensione, dopo aver ridotto in cenere la speranza di una famiglia di vivere tutti insieme l’avventura di un anno quasi sabbatico in Africa che all’improvviso si è trasformata in un incubo. Un bambino piccolo, quattro mesi, è stato rapito. Perché?
Tutto cambia e pagina dopo pagina la suspense cresce implacabile.
Si arriverà anche a fare intervenire la magia tribale per un thriller che sembra virare drammaticamente nell’horror. Si temono orrendi commerci umani.
Poche righe sulla trama.
Emma e Adam sono due medici londinesi all’apice del successo, ognuno nel loro campo, oncologo lui ginecologa lei. La voce narrante del romanzo è quella di Emma, una donna, in gamba, molto competitiva e che descrive se stessa e il marito alla pari, forse concorrenti. Il suo complesso retroscena educativo, orfana e cresciuta da un padre che mirava a farla emergere, la costringe a pigiare l’acceleratore per raggiungere la sua meta. E forse lei si sente in ritardo, per aver perso tempo con le due figlie, Alice e Zoe. Non ne ha voluto un terzo…
Tanto che, quando all’inizio il marito le ha chiesto di partire per il Botswana, ha rifiutato. Ma, quando scopre di essere incinta, in un certo senso tutto cambia. Un anno di assenza le permetterà di svezzare il bambino. E quando nasce Sam, un maschietto biondo con una voglia di fragola sulla guancia, destinata a sparire con la crescita, Adam ed Emma accettano di mettersi in viaggio con i tre figli, la maggiore di dieci anni e l’ultimo un poppante di appena quattro mesi.
Adam dedicherà un anno al suo tirocinio di ricerca ed Emma potrà finalmente completare la stesura di uno studio molto importante per la sua carriera.
Certo all’arrivo scopriranno che il Botwana non è l’oasi immaginata in Inghilterra, la loro residenza è in una zona isolata e desertica, ma con una governante, un giardiniere a badare alla casa, un insegnante tutor e una brava tata scaturita dal nulla, i bambini stanno bene. Adam è felice del suo lavoro di ricerca e si è adeguato senza problemi al lento stile di vita africano, ma lo studio di Emma non basta per riempire il suo tempo, il lavoro pratico le manca e allora decide di dare una mano in una clinica da campo di un villaggio poco lontano.
Ma una sera la sua macchina non parte, Emma deve fare a piedi tutto il tragitto per tornare a casa e, quando finalmente la raggiunge, scopre con orrore che la culla di suo figlio è vuota, il piccolo Sam è scomparso.
Adam ed Emma sono soli, a migliaia di miglia da casa e lontani da tutti coloro che potrebbero aiutarli. Non hanno idea di dove e come cominciare le ricerche, stretti tra le tradizioni locali, le superstizioni e il proprio bisogno di fare qualcosa. Si tratta di un sequestro, di un tragico incidente o di qualcosa di molto più sinistro? E il giorno dopo scompare anche la brava tata.
Da questo momento Emma comincia a sospettare di tutti coloro di cui si fidava. Anche il suo rapporto con Adam s’incrina. La sua famiglia è sotto choc, soffre e rischia di rompersi. Dopo giorni, mesi di vane ricerche dovrà partire con le bambine.
E un anno dopo, tornata a Londra a migliaia di chilometri di distanza, ancora ossessionata dallo spaventoso ricordo di quella culla vuota continua a chiedersi: il mio bambino, il mio Sam? È ancora vivo? Cos’è successo quella notte? Potrò smettere di pensare a lui?

Patrizia Debicke

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